Non si placa la vicenda dello sversamento di petrolio, provocata dalla rottura di una tubatura avvenuta domenica scorsa, durante il pompaggio di greggio dal Porto Petroli di Genova verso la raffineria Iplom. Nonostante il recupero effettuato in questi giorni, l’incidente segnala il conflitto portato nei giorni scorsi anche ad un referendum sulle estrazioni, tra industrialismo e ambientalismo, in una divisione che non rassicura i lavoratori da una parte e i cittadini del luogo dall’altra. La preoccupazione è aumentata ieri, nonostante la bonifica implementata in questi giorni da parte dell’azienda: alcune chiazze di petrolio sono infatti state segnalate in mare, lungo la costa ligure. Parallelamente, gli inquirenti stanno vagliando i tempi di reazione al guasto da parte dei tecnici, e i motivi della rottura- anche se non è difficile, vista la tortuosa topografia, ipotizzare che tutto il petrolio stoccato e rimasto su più tratti del tubo abbia fatto leva sul punto di compressione, sconfinando poi lungo il vicino torrente

Nonostante i vari allarmismi, il caso di un oleodotto costruito 60 anni fa è l’ultimo di una lunga serie di incidenti che ha coinvolto non solo la Liguria, ma altre regioni d’Italia e nelle quali il significato più ampio riguarda gli orientamenti di una qualsivoglia politica industriale ed energetica. Prendiamo per esempio l’episodio recente che coinvolge l’oleodotto: anche il Porto Petroli di Multedo (terminale strategico che rifornisce l’intero Settentrione) nei pressi di Genova, dove la nave ha immesso il greggio nelle tubature, pare un fantasma infrastrutturale del novecento, per la verità come un po’ tutta la regione, stratificata nel cemento che un tempo apportava lavoro e produttività e che oggi è una discarica vuota, non essendo riuscita nell’ultimo quarto di secolo a riconvertirsi su altri settori.

Del porto in questione non è mai stato fatto nessun tipo di intervento vuoi per diversificare i mezzi di trasporto, vuoi per la manutenzione e la dislocazione delle tubature. Certo: non vi è nulla di cui stupirsi, se pensiamo che in Liguria per fare un altro esempio, il lungo tratto della Riviera di Ponente verso il confine francese é coperto da un solo binario ferroviario che ancora risale all’epoca fascista (sic). C’è anche da dire che quest’anno la Liguria è stata tra le poche realtà ad  aver utilizzato la dotazione complessiva di fondi UE. Ma non basta: complessivamente l’Italia è un contribuente netto nei confronti dell’Europa (210 miliardi negli ultimi 15 anni) a fronte dei 150 ricevuti senza essere in buona parte spesi da gran parte degli enti locali

La vera questione come in altre circostanze (Tirreno Power a Vado Ligure riguardo il carbone o la stessa Ilva per l’acciaio) non è quindi l’inquinamento ambientale. C’è anche quello. Il punto è che i danni all’ecosistema sono l’effetto, non la causa, della desertificazione di una politica industriale in settori strategici – con l’aggiunta mistificatoria da parte di certa politica- che si possa vivere di sola propaganda anti-industriale, magari votata al disboscamento di qualche collina o aumentando rispettivamente le risorse sull’energia solare da qui al 2050, a sua volta dipendente dalle variazioni climatiche. Non che questi due punti debbano andare allentandosi. Occorre però essere realisti, spiegare che le navi e gli aerei vanno col motore a scoppio. Occorre ricordare la carenza di investimenti -pubblici e privati- il rischio di chi vive su concessioni che se da una parte danno accesso ad una rendita di lungo periodo, dall’altra creano ammortamenti che sono obbligati, per via degli alti rischi a cui vanno incontro e per i quali non é molto vantaggioso  il loro smantellamento. Anche perché impianti e raffinerie compensano la già elevata dipendenza subita da paesi che, come il nostro, sono importatori di materie prime

Non è un caso che proprio nell’ultimo quarto di secolo, al calo della produzione industriale (che non ha ancora recuperato i livelli pre-crisi) sia subentrata la stagnazione della produttività. E mettere al confronto idrocarburi e risorse rinnovabili- oltre a non capire che i primi sono una risorsa non solo economica, ma anche geopolitica come nel caso di Eni- è un supporto al populismo più bieco. Innanzitutto perché non esiste una compensazione tra la produzione di rinnovabili- i cui incentivi sono comunque costosi, specie dopo aver attraversato una recessione economica- e la rinuncia a fonti fossili. L’uso del fotovoltaico, tecnicamente, richiede che l’attenuazione atmosferica della radiazione solare sia minima, pertanto la premessa a questo tipo di energia  sta in una radicale diminuzione dell’inquinamento atmosferico. “L’effetto sostituzione”  tra differenti fonti energetiche é visto solo da cittadini “bucolici”; gli stessi che, parallelamente, hanno voluto il declino della tecnologia nucleare la quale ha invece molteplici varianti oltre alla fissione

La domanda di petrolio e di metano è notevolmente salita negli ultimi anni, contro un’offerta da parte dei paesi produttori che visti i prezzi (27-30 dollari a barile), rende conveniente la loro importazione. Dando per scontato il fatto che questo settore subisce- e non può che essere altrimenti- pratiche oligopolistiche, é piuttosto difficile quindi agire con regolamentazioni proprio perché l’impatto avrebbe effetti altrettanto negativi, a meno che prima non si riesca a liberalizzare. Molto più strategica – per l’intero continente europeo prima ancora che per l’Italia- potrebbe essere l’armonizzazione di un mercato energetico condiviso. Ma sappiamo che è utopia.