Nel primo trimestre dell’anno corrente, il PIL americano è cresciuto dello 0.2%. Lo ha annunciato il Bureau of Economic Analysis una ventina di giorni fa. E tra gli operatori di mercato è stata subito angoscia. Eppure, rispetto all’Europa o al Giappone, gli USA non se la passano, in fondo, troppo male. Che l’economia americana si sia ripresa dopo il biennio nero 2008-2009 è un dato di fatto, se per dato di fatto intendiamo, ovviamente, i parametri economici di riferimento. Tra il 2010 e il 2014, il PIL, misura tanto inadeguata quanto venerata, è cresciuto a ritmi non cinesi (mediamente poco sopra al 2%) ma comunque positivi, con picchi trimestrali che hanno toccato galvanizzanti vette del 5%. Ma basta un niente, un banale risultato trimestrale sotto le attese, ancorché positivo, per alimentare lo spauracchio delle economie sviluppate: non la depressione (perché, prima o poi, “si risalirà”), bensì la stagnazione. Niente spaventa i mercati quanto la prospettiva indefinita della non-crescita. Ché poi non è esattamente chiaro perché un’economia avanzata debba obbligatoriamente crescere, al punto tale che un innocuo +0.2% è in grado di far prefigurare scenari apocalittici. Il perché di tale inderogabile imperativo non è manifesto neanche agli economisti, per quei pochi che se lo chiedono. C’è chi adduce una spiegazione insita nella natura umana: l’uomo, aspirando a superare i limiti postigli dalla natura, crea, innova, rivoluziona, generando prosperità. Non v’è nulla di intrinsicamente malvagio in tutto ciò. Il problema, tuttavia, è che l’homo oeconomicus del XXI secolo i limiti non li ammette a priori, neanche come remota ipotesi. La crescita è l’assioma di partenza non questionabile,  il punto di (dis)equilibrio del sistema: non più una possibilità, bensì la necessità. Poniamoci allora, per assurdo, la seguente domanda: potremmo permetterci di non crescere? E la risposta è, probabilmente, no. O almeno, non nell’ordine economico attuale. Le ragioni sono due, come vedremo indissolubilmente legate l’una all’altra: il debito e la moneta.

Nei sette anni successivi alla crisi del 2007-2008, come riporta un recente report di McKinsey, il debito planetario, pubblico e privato, è cresciuto del 40%, raggiungendo i 199 bilioni di dollari (199mila miliardi di dollari), che rappresentano poco più del 280% del PIL mondiale. Tutte le maggiori economie riportano tassi di indebitamento in rapporto al PIL superiori rispetto al 2007. Non si può che trarne una considerazione: la crescita è necessaria per sostenere un debito che, tuttavia, è oggettivamente insostenibile data la sua sproporzione rispetto allo sforzo economico globale. Forse aveva ragione Marc Bloch quanto definiva il capitalismo moderno come un regime che morirebbe della chiusura simultanea di tutti i conti. Morirebbe perché non v’è mai abbastanza moneta con cui pagare i crescenti debiti, il che è un paradosso considerata la dimensione abnorme della massa monetaria in circolazione. Ma perché il debito continua a crescere imperterrito? La risposta risiede, probabilmente, nella seconda ragione di cui sopra. Tentiamo, dunque, di individuare una chiave di lettura del fenomeno, per quanto difficilmente esaustiva.

Nel sistema monetario corrente, in cui la maggiorparte della massa monetaria nasce ex nihilo dalle banche nel momento in cui concedono credito, la moneta viene creata come debito caricato di interesse. Si pensi all’accensione di un mutuo: la banca, accreditando sul conto del cliente la cifra pattuita, crea di fatto moneta (ossia non attinge ai propri depositi per concedere il prestito). Il cliente dovrà poi ripagare il capitale più l’interesse. Di conseguenza il debito totale (capitale più interesse) eccede sempre la moneta circolante. Finché l’economia cresce tale meccanismo regge e si perpetua poiché in fase espansiva vi è sempre domanda di nuovi crediti, ergo di nuova moneta, che permette di ripagare i debiti esistenti. Ma se l’economia smette di crescere, il meccanismo si inceppa: meno crescita, meno credito, meno capacità di sostenere i debiti accumulati, quindi ancora meno credito da parte del sistema bancario e via dicendo (credit crunch, suona familiare?). Si badi bene che in un tale contesto ciò che una Banca Centrale può fare non è tanto l’emissione di nuova moneta fisica (repetita juvant: la maggior parte della massa monetaria circolante viene creata dalle banche sottoforma di credito – o debito, dipende dalle prospettive) quanto piuttosto far sì che le banche ricomincino a concedere credito. Il che, in definitiva, vuol dire creare aspettative di crescita. E così il ciclo ricomincia. Stando così le cose, la soluzione al nodo gordiano della crescita non è tanto da ricercarsi nella decrescita (di per sé non v’è niente di equilibrante né di desiderabile in un’economia in continua depressione) quanto in un radicale ripensamento del nostro modo di concepire debito, credito e moneta, ovvero la finanza. Ma questa è un’altra storia che merita di essere raccontata altrove.