La sentenza della Corte Costituzionale è cascata dal pero e sembrerebbe mettere in difficoltà il governo italiano, il quale ha escluso la totalità del rimborso pari a 16 miliardi, preferendo parlare- e per il momento solo questo ha fatto- di un bonus di 2 miliardi per le pensioni fino a 3 volte la minima. Al tempo stesso il duo Renzi-Boeri ha rilanciato il tema della riforma pensioni aprendo all’anticipo del sistema di previdenza (introducendo quindi la flessibilità in uscita, la quota 97, ddl Sacconi) e introducendo un’operazione dal sapore redistributivo. Come? Ricalcolando con il sistema contributivo le pensioni già in essere per chi è invece andato in pensione con il sistema retributivo. L’obiettivo è quello di garantire un reddito minimo per le persone disoccupate tra i 55 e i 65 anni

Renzi stia sereno. Perché quello che sta cercando di fare è  l’ennesima operazione elettorale, per allargare a determinate fasce di elettorato il suo consenso. E stiano sereni anche tutti quei massimi studiosi di finanza pubblica che hanno criticato da ragionieri e non da economisti la sentenza della Corte Costituzionale che, ribadiamolo per l’ennesima volta, anziché compiacere l’ Europa, ha dato preminenza a molti cittadini italiani (quelli che per intenderci oggi non consumano e che per far ripartire l’economia, dovrebbero invece spendere…). La sentenza non è politica, ma economica: stabilisce in via definitiva, se ancora ve ne fosse bisogno, che le risposte governative con il decreto Salva Italia da parte del governo Monti erano ininfluenti sull’emergenza finanziaria determinatasi nel mercato interbancario con la crisi degli spread. L’insostenibilità non riguardava il debito pubblico, ma il debito estero e quindi a posteriori possiamo dire che in quella fase macroeconomica promuovere una riforma sulle pensioni così recessiva come quella della Fornero fu un danno insanabile ad un sistema economico che già stava cedendo su altri fronti.

Tra parentesi nessuno qui sta mettendo in discussione i numeri del sistema di previdenza italiano, i suoi costi che ammontano a circa 270 miliardi di euro, pari al 16,8% di spesa sul Pil totale, non in linea con una spesa media per le pensioni nei paesi più sviluppati del pianeta che si aggira al 9,5%. Quello che si contesta è il modo con cui si sono gestiti e si continuano a gestire questi numeri. Disincentivando e tassando, per esempio, le previdenze integrative private, come invece vi sono in paesi nei quali la spesa pubblica è alta, ma allocata bene (vedi Danimarca). Bloccando la rivalutazione automatica dei trattamenti pensionistici in base all’inflazione (gente che di pensione prende mediamente 1.500 euro). Non considerando quello che a parere nostro è la prima difformità del nostro sistema previdenziale, il quale se da una parte ha prodotto notevoli diseguaglianze tra le così dette “pensioni d’oro” (sopra i 5.000 euro netti per intenderci) e le prestazioni da 1.500 euro in media, dall’altra si segnala per l’enorme sproporzione tra il numero di italiani che ricevono la prestazione e le pensioni stesse: un terzo dei pensionati che sono circa 16 milioni, riceve più di una pensione. Queste ultime infatti sono di 23 milioni e 300 mila. Troppe rispetto al numero di pensionati!

Ora, dopo la macelleria sociale che indubitabilmente è stata creata, l’attuale governo propone al Senato un anticipo per poter accedere al trattamento, con le dovute decurtazioni sull’assegno previdenziale e l’ennesima manovra redistributiva e anti-crescita che intacchi gli assegni oggi in essere, ricalcolandoli con il sistema contributivo, ignorando da un punto di vista del diritto la retroattività di una legge e riducendo mediamente del 30% tutti gli attuali destinatari delle pensioni di anzianità. Bella mossa, che segnala da parte di questo governo una grande conoscenza dell’unico premio Nobel italiano, Franco Modigliani, e della sua teoria del ciclo di vita del risparmio, la quale si basa sull’idea che i consumatori risparmiano parte del reddito per far fronte in modo più che proporzionale al termine dell’attività lavorativa: si risparmia da giovani quando si  dispone di un reddito e si consuma quel risparmio da vecchi. Altro che conflitto intergenerazionale. Si rimedi alla disinflazione, alle politiche restrittive, si facciano ripartire i consumi, si cambi in modo drastico il modello economico adottato dall’euro-zona. Tutto il resto è noia.