Nei giorni precedenti è uscito l’ennesimo drammatico report sulla situazione economica del Sud d’Italia. Il documento elaborato dallo Svimez (Associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno) dipinge una situazione ormai fuori controllo, in cui gran parte del territorio meridionale versa in uno stato di depressione cronica, con un tasso di crescita negli anni 2000-2013 inferiore della metà rispetto a quello greco. La crisi del 2007 ha ulteriormente aggravato le irrisolte questioni di sottosviluppo, portando la disoccupazione a livelli mai visti dal 1977 e ad un tracollo demografico che rischia di compromettere definitivamente il territorio in questione per le prossime generazioni. Le cause di questo malessere che prosegue da decenni, e mai realmente risolto nemmeno durante il  boom economico, sono state elencate da innumerevoli libri, indagini, report e inchieste, ma forse nel XXI sec, bisognerebbe incominciare a riflettere su i peccati originali del nostro sistema di sviluppo, i quali continuano ad essere alla base di un’ideologia che fa della standardizzazione assoluta il teorema di punta per l’espansione del modello industriale-tecnologico.

Le regioni meridionali, come la Grecia, come certi paesi africani e altri territori ancora meno sviluppati, sono sempre state al centro di innumerevoli polemiche per loro mancata crescita. Polemiche che non tengono conto delle disastrose ricette che sono state elaborate e suggerite da economisti, politici e tecnocrati, fedeli unicamente a modelli standardizzati con prescrizioni da applicare indifferentemente a grandi linee in Sicilia come in Finlandia. Proprio i modelli standardizzati in maniera universale, con le uniche differenze a seconda della scuola dominante (keynesiani VS neo-liberisti), tanto cari all’efficienza del Sistema stesso, hanno fallito di fronte alle varie differenze culturali, sociali, climatiche e storiche dei territori coinvolti. La pretesa di trasformare gli abitanti dell’intero pianeta in degli efficientissimi nordici iper-produttivi per servire il nostro Unico Signore Industriale si è rivelata drammaticamente errata, producendo inevitabilmente conseguenze terrificanti, disequilibri e tragedie infinite. Non tenendo conto delle differenze fra le varie popolazioni, anche all’interno degli stessi Stati nazionali, i politici hanno finito per creare delle immense aree depresse che alimentano gravi tensioni, la quali finiscono per incidere anche sulle aree ad “alta efficienza”, come nel caso di flussi migratori. Purtroppo rincorrendo l’efficienza e l’omologazione dei sistemi produttivi su scala globale, era inevitabile che le ricette suggerite ai governanti diventassero tutte uguali favorendo alla fine fenomeni criminali e distruggendo paradossalmente anche le ricchezze e le tradizioni culturali che erano prima presenti.

Una delle maggiori conseguenze di questo agire dogmatico è stato l’avvento del dannoso assistenzialismo parassitario, altro grande tabù di cui si discute sempre poco. La necessità di sanare i disequilibri all’interno delle aree disomogenee ha spinto le regioni del nord a sussidiare costantemente le regioni del sud con innumerevoli miliardi di euro, che non hanno risolto minimamente i problemi ampiamente discussi. Al contrario i soldi hanno finito per alimentare clientele, parassitismi, mafie e un leggero finto benessere che ha paralizzato anche le poche forze interne predisposte ad un cambiamento positivo. In questo contesto lo Stato clientelare-parassitario è dilagato grazie ai soldi altrui, sostituendosi alle realtà sane ed efficienti, mentre al contrario un’enorme forza lavoro abbandonava il Meridione per le zone nordiche, non solo italiane. La stessa situazione, sebbene con modalità diverse, si è verificata in Grecia, dove i soldi del sistema bancario europeo (e ora quello degli Stati UE) hanno alimentato aspettative e situazioni non sostenibili, foraggiando la parte malsana della società. Un aiuto che si è rivelato peggiore del male esistente, in quanto gestito secondo modelli irrealistici e dogmatici. Purtroppo a giudicare dalle dichiarazioni dei politici italiani, come le ultime uscite del presidente della Puglia Michele Emiliano, e osservando quelle dei leader europei e non solo (pensiamo anche a tutti gli economisti al soldo del “pensiero unico”), la soluzione al dramma del nostro modello continuerà a rimanere un miraggio.