Districarsi nella giungla delle imposte in Italia è diventato di anno in anno sempre più difficile. Nel 2014 i prezzi delle abitazioni sono crollati secondo gli ultimi dati forniti dall’Istat del 4,2 rispetto al 2013. Non che prima le cose andassero tanto bene: il mercato immobiliare nell’ultimo triennio si è deflazionato del 11,5%. L’abbattimento del valore patrimoniale immobiliare è una distruzione di ricchezza: imprese che hanno chiuso e un’ occupazione che nel settore è calata di 350 mila unità. Una politica economica ribadita anche dall’attuale governo italiano. Infatti le imposte patrimoniali sono condivise dallo stesso professor Padoan, il quale, quando ancora non era Ministro dell’Economia e delle Finanze, si esprimeva evidentemente a favore della tassazione sui beni immobili asserendo che le “energie” si dovessero invece liberare sulle imprese e sul costo del lavoro. Questa impostazione cerca quindi di accrescere contemporaneamente profitti e salari, senonché i livelli raggiunti da Tasi e Imu sono qualcosa di non tanto distante da ciò che definiremmo “esproprio”: una logica redistributiva attuata in una fase stagnante del ciclo economico. Basti pensare che il gettito dell’allora Ici (oggi Imu) è passato dai 9.5 miliardi del 2011 ai 25 miliardi e rotti del 2014. L’effetto è disastroso perché più tasse sulla prima casa (detenuta dal 80% dei cittadini italiani) disincentiva qualsiasi forma di spesa: dall’acquisto di titoli di stato, all’ulteriore aggravamento del debito pubblico che non a caso in questi anni, con un PIL fermo, è via via aumentato. Tra l’altro l’Imu, così come la Tasi, comprende tutti i patrimoni, alti e bassi, ma sopratutto medi. Di conseguenza la complicata evoluzione semantica e quantitativa di queste tasse ha negli anni più recenti depresso il mercato interno e quindi la domanda

Qualche anno fa è stato pubblicato un libro che ha avuto molto successo, “il Capitale nel XXI secolo” di Thomas Piketty. Nella quarta parte del suo saggio, l’economista francese apre un dibattito sulle diseguaglianze economiche, e propone un’imposta mondiale sui grandi capitali. Piketty segue cioè una logica redistributiva, ma di tipo utopistico: gli economisti la chiamano soluzione di first best; proprio perché c’è anche un piano B (che nel libro non viene preso in considerazione). E il piano B, la second best, è di fatto quella che ci stanno propinando gli ultimi governi eletti dal Parlamento italiano: la tassazione sui beni immobili- e si chiamano proprio così, “beni immobili” perché non possono essere spostati, evadere o sgusciare via come anguille. In questo modo è facile riscuotere i tributi e dare al tutto una giustificazione demagogica, dicendo che si è regolamentato il capitalismo patrimoniale. Niente di più disastroso: tanto per rendersi conto dello stato attuale delle cose, la manovra di Monti nel 2012 ammontava a 23,7 miliardi, oggi ha sforato i 25 miliardi di euro

Teniamo in considerazione che l’Imu è solo uno dei tanti balzelli che si aggira come uno spettro per la penisola e che colpisce il ceto medio in una logica che è diventata del tutto iniqua perché la tassazione colpisce il patrimonio, ma non considera il reddito dei singoli individui. L’effetto diviene moltiplicativo anche sui consumi: infatti moltissime persone che posseggono una propria casa, con redditi tartassati dalla crisi di questi anni, sono disincentivate a spendere. E tenendo presente sia la mancanza di crescita, sia una tassazione che per Costituzione è progressiva, la domanda interna è destinata a non ripartire. Non che questo Governo se ne curi molto, visto che per la ditta Renzi-Padoan tutto va bene fino a quando le esportazioni tirano. Oltretutto il Premier sarà felice di aver visto aumentare il gettito lasciando in depressione il mercato interno, perché si sa: è molto più importante non farsi commissariare un’ altra volta dalla Troika. Visto che però i cittadini sono anche elettori, al momento giusto (come alle scorse Elezioni Europee) bisogna pur sempre regalare qualche bignè, come per esempio il bonus Irpef da 80 euro. Naturalmente un trasferimento cash costato la bellezza di 10 miliardi dall’ultima Legge di Stabilità. Anziché creare un nuovo e solido pavimento di welfare, si preferiscono trasferimenti in liquidità. Una logica del tutto “renziana”, o se preferite da Terzo Mondo.