Devi dare il consenso all'uso dei cookies per poter visualizzare questo video. Maggiori informazioni

“La trasparenza finanziaria è necessaria ma non sufficiente, ogni cittadino deve avere le competenze necessarie per fare le scelte consapevoli”, Padoan dixit. Proprio l’educazione finanziaria è stata al centro di un dibattito a piazza della Minerva di pochi giorni fa che ha visto partecipare alcuni “Big” dell’economia, tra cui il governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco, il presidente della Consob (l’autorità italiana per la vigilanza dei mercati finanziari) Giuseppe Vegas, e appunto l’inquilino di via XX settembre. Secondo numerose indagini internazionali l’Italia si collocherebbe infatti all’ultimo posto tra i Paesi europei per il livello medio di “cultura monetaria”, con solo il 37% -e quindi meno della metà- degli adulti che riesce ad azzeccare almeno 3 domande su 5 in merito a concetti base come interesse semplice e composto, inflazione e diversificazione del rischio. Per questo motivo a detta di tutti i partecipanti è necessario un profondo intervento che interessi tutti gli attori coinvolti, dalle istituzioni agli enti di vigilanza, dalle banche ai cittadini. Quest’ultimi in particolare devono essere educati sin da piccoli, nelle “scuole di ogni ordine e grado”. Il perché apparentemente è chiaro, per dirla volgarmente non bisogna esser fatti fessi, e tutelare il risparmio ed i consumi.

fin literacy

Indice di educazione finanziaria (financial literacy) tra gli studenti quindicenni elaborato dalla Banca d’Italia sui dati OCSE-PISA con riferimento all’anno 2012. L’Italia risulta al di sotto della media OCSE.

Tutto giusto, eppure il problema è, e dovrebbe essere un altro. Dato per scontato che le criticità degli istituti bancari sono sistemiche e che se ai risparmiatori è mancata la consapevolezza, ai consulenti è mancata la moralità, il vero dato a cui prestare attenzione rimane un altro, gentilmente fornito dal governatore Visco: “Nel 2015 le attività reali -abitazioni ecc- hanno rappresentato la principale componente della ricchezza delle famiglie, per circa 6mila miliardi di euro; al contempo le attività finanziarie hanno oscillato intorno ai 4mila miliardi”. Detto altrimenti gli investimenti in prodotti finanziari di vario genere hanno avuto per quell’anno un valore di circa due volte e mezzo il nostro PIL, una cifra enorme, espressione di un fenomeno che si riproduce a livello globale, con l’economia reale (scambi commerciali e altro) che vale circa 70mila miliardi di dollari, laddove quella finanziaria (e quindi fuffa) circa 700mila miliardi, dieci volte di più. Solo negli anni ‘80 il rapporto era esattamente inverso, poiché la finanza altro non era che uno strumento di “servizio” e di mero supporto alle principali attività commerciali.

Di prodotti finanziari, a prescindere dalla scarsa conoscenza o meno degli stessi da parte dei “consumatori”, ne sono stati e se ne continuano a scambiare sin troppi. Può allora una maggiore attenzione negli investimenti da parte dei piccoli consumatori (di questi si sta parlando, le più grosse somme – e i più grossi problemi – vengono dalle speculazioni dei big, quindi banche&affini) essere la soluzione dei nostri mali, tanto da meritare una qual certa impellenza? Proprio Padoan ha infatti garantito di voler approvare una strategia di educazione finanziaria entro l’anno. Si tratta certamente di un passo importante, eppure non può sfuggire il fatto banalissimo che uno Stato non si nutre né cresce con la finanza, bensì con l’economia. Obbligazioni, assicurazioni ed altri prodotti simili sono fini a se stessi, e se magari un investimento andato a buon fine ci aiuta col mutuo della casa o le rate della nuova macchina, da un momento all’altro questo castello di carte telematico, se non correttamente regolamentato (e come potrebbe in regime di libera, ossia anarchica, circolazione dei capitali?), non potrà che crollare, tanto che la crisi del 2008 ne è soltanto il più eclatante esempio. Perché qui non siamo come nelle improbabili pubblicità su internet, che promettono di imparare dieci lingue in pochi giorni con strani metodi, o che spacciano unguenti per eliminare definitamente le rughe, far ricrescere i capelli e già che ci siamo allungare il pene di un palmo. Non siamo allora in quelle pubblicità di personaggi estatici ed operai e manovali che guadagnano migliaia di euro stando seduti comodamente sul divano di casa. Perché quella è evidentemente pubblicità ingannevole, né più né meno come i miracoli finanziari. Certamente esistono anche prodotti finanziari più sicuri, o che almeno lo erano una volta, come i titoli di stato, quanto al resto tuttavia, ha detto bene Giuseppe Vegas:

“Per certe medicine è necessaria la ricetta, come serve il permesso per possedere un’arma, lo stesso deve essere per i prodotti finanziari complessi”.

Quest’ultimi sono infatti una pistola poggiata contro la nostra tempia, un elemento di distrazione che distoglie la nostra attenzione da manovre più socialmente ed economicamente pericolose. Per fare un esempio non proprio a caso, nella cosiddetta “manovrina” richiesta da Bruxelles per correggere il tiro dei nostri conti, il Governo è chiamato a reperire ulteriori 3,4 miliardi di euro, prevalentemente sotto forma di tagli alla spesa pubblica, cui unica conseguenza è l’indiretta diminuzione del reddito degli italiani e quindi austerità. La spesa pubblica infatti, per quanto sicuramente possa essere distribuita in maniera spesso inefficiente, deve al più essere diversamente ri-allocata, ma non subire tagli. Il debito derivante (di contro) da un suo aumento non deve infatti avere accezioni negative in quanto è esso sinonimo di investimento a lungo termine. Lo Stato spende di più in istruzione? Perché più avanti potrà cogliere i frutti di idee laboriose ed innovatrici dei suoi giovani. Spende di più in sanità? Sta garantendo la salute dei cittadini che, oltre ad essere tutelata dalla Costituzione (ma di questo non importa molto a nessuno), rappresenta banalmente un incredibile risparmio di eventuali spese sociali – queste sì – enormi da affrontare in caso di malattie o problematiche sanitarie diffuse. Questi, al solito, sono gli esempi più classici, ma l’antifona è chiara. Simili politiche però non possono essere perseguite senza la sovranità decisionale in termini monetari e fiscali, ad oggi in mano all’Unione europea. Così, mentre Padoan sarà impegnato a farci apprendere la tabellina del Ftse Mib e dello spread, la UE continua a chiederci sacrifici nel solo nome della privatizzazione, di modo da fare largo alle multinazionali, come lo stesso commissario europeo Pierre Moscovicì ha seraficamente ammesso.

 “L’Italia è nella categoria grigia di non conformità”. Pierre Moscovici commenta il budget italiano.

Che poi, a pensarci bene, l’Europa (di fatto la Germania) che diritto ha di continuare a bussare alla nostra porta a chiedere denaro? Parafrasando un detto popolare si potrebbe dire: “Meglio un morto in casa, che un tedesco alla porta”. “I signori tedeschi devono smetterla di dare lezioni all’Italia”, dice il giornalista Marcello Foa, che intervenendo alla trasmissione Omnibus di La7 la scorsa settimana, ha sottolineato come, in riferimento al periodo 2009-2014, il Paese che ha incrementato meno di tutti la spesa pubblica in Europa è stata l’Italia. Non solo, qual è il Paese che di più ha aiutato le proprie banche con interventi pubblici? “Di gran lunga la Germania, e chi di meno è stata l’Italia”. Insomma, proprio a Berlino, da cui partono costanti richiami alla nostra scarsa affidabilità, obbligandoci a sottostare a politiche di privatizzazione e tagli alla spesa, di distruzione di domanda interna e del lavoro, sono i primi a non stare ai patti e a porsi in contrasto con quelle norme comunitarie e comuni cui fanno continuo appello.

In conclusione, la priorità del governo è quella di andare ad insegnare agli italiani grandi e piccini come investire al meglio, fornendo come insegnanti gli stessi che, allo stesso tempo, con le loro politiche hanno portato l’Italia a veder ridurre di un terzo il settore manifatturiero, di un quarto quello industriale, ad incrementare la disoccupazione portandola complessivamente a due cifre con un picco relativo a quella giovanile di circa il 50%. Gli italiani però, ad eccezione dei giovani universitari infarciti di modelli macroeconomici capitalisti e privi di esperienza lavorativa, non hanno bisogno di educazione finanziaria e soprattutto economica, infatti, si ricordano di come si stesse meglio prima che la UE e soprattutto l’euro “portassero la pace” e la prosperità ai popoli europei, e cominciano ad essere stufi della retorica populista, quella sì, degli euro-tecnocrati.