Nel 1987 usciva nei cinema di tutto il mondo il capolavoro di Oliver Stone, “Wall Street”. Magistrale l’interpretazione di Michael Douglas (gli frutterà l’Oscar come miglior attore protagonista, ndr) che veste i panni dello spietato squalo della finanza Gordon Gekko. Sono suoi i monologhi più incisivi e devastanti dell’intera pellicola, tra i quali quello ivi riportato: “Il più ricco 1% del paese possiede metà della ricchezza del paese, 5 trilioni di dollari. Un terzo di questi viene dal duro lavoro, 2/3 dai beni ereditati, interessi sugli interessi accumulati da vedove e figli idioti, e dal mio lavoro, la speculazione mobiliare-immobiliare. […] il 90% degli americani là fuori è nullatenente o quasi. Io non creo niente, io posseggo”. Erano i fatti. Affermazioni come questa avrebbero dovuto far scattare l’allarme che risiede nelle teste della classe politica statunitense e non solo, ma non lo fecero. Oggi la classe media non costituisce più la maggioranza della popolazione USA. Ma estendiamo il campo visivo, perché i “cinquanta Stati” sono solo un frammento, anche se economicamente enorme, del mondo. Nel 2016, il nostro presente, è stato pubblicato il rapporto OXFAM relativo alle disuguaglianze che affliggono la società globale: la sensazione è di aver oltrepassato il punto di non ritorno.

Nel suo documento “Un’economia per l’1%”, l’organizzazione riporta dati sconcertanti già a partire da pagina due. Nel 2015 bastavano solo le sessantadue persone più abbienti per eguagliare la ricchezza della metà più povera della popolazione mondiale. La distribuzione è drammaticamente disfunzionale al benessere della totalità del genere umano. Sempre OXFAM dichiara che “dall’inizio del secolo ad oggi la metà più povera della popolazione mondiale ha ricevuto soltanto l’1% dell’incremento totale della ricchezza globale, mentre il 50% di tale incremento è andato all’1% più ricco”. Il progresso, l’evoluzione della scienza e della tecnica, hanno quindi influito sul XX secolo e sul primo decennio del XXI. L’aumento di ricchezza è effettivamente avvenuto, ma in maniera fortemente squilibrata, non portando ad una significativamente migliore condizione di vita la fetta più povera del genere umano. Addirittura la metà di tutto ciò che è stato guadagnato in oltre cento anni di lavoro è finito nelle mani del fantomatico 1%. A proposito: Credit Suisse ha reso noto che l’1% più ricco della popolazione mondiale possiede attualmente più ricchezza del resto del mondo. È questo il punto di non ritorno. La distribuzione del benessere si è ormai drammaticamente polarizzata, cedendo ad una deriva elitaria che non può che far male all’ideale di democrazia ed uguaglianza, considerato quasi plebiscitariamente il modello sul quale si basa la civiltà umana contemporanea. Oggettivamente sovviene chiedersi come sia possibile conciliare gli interessi di quel centesimo con quelli del substrato formato dal restante 99%, data l’enorme disparità di mezzi, potere e prospettiva: riprendendo Gekko “Non sarai tanto ingenuo da credere che viviamo in una democrazia, vero Buddy?”. Un contemperamento degli interessi, attualmente, appartiene alla sfera dell’utopia. Ne è la prova il “furto” figurato, avvenuto negli ultimi sei anni (a partire dal 2010) ad opera della élite: “La ricchezza delle 62 persone più ricche è aumentata del 44%, con un incremento pari a oltre 500 miliardi di dollari ($ 542), arrivando a 1.760 miliardi di dollari. Nello stesso periodo la ricchezza della metà più povera […] si è ridotta di poco più di 1.000 miliardi di dollari, – una contrazione del 41%”. Da una parte +44%, dall’altra -41%: vi è stato palesemente un trasferimento di risorse. Certo, non è stato un appropriarsi fisico di banconote, ma il sistema economico e il magnetismo latente delle mani dei multimiliardari hanno attuato di colpo la ghettizzazione dei meno abbienti, relegandoli ad un livello inferiore della piramide sociale.

La realtà dei fatti è che l’economia produttrice di beni è stata alienata del suo intrinseco valore produttivo, come suggerisce OXFAM: “Il rapporto tra i compensi degli AD e le retribuzioni medie dei lavoratori […] si attesta oggi a 183:1”. A livello retributivo, un AD viene considerato produttivo quanto 183 lavoratori di fascia bassa. È qui che sta il problema: “L’eterna clessidra dell’esistenza viene sempre di nuovo capovolta e tu con essa, granello della polvere!” direbbe Nietzsche (La Gaia Scienza). In un procedere ciclico della storia, il rischio è quello di tornare ad un feudalesimo in salsa tecnologica, in cui la servitù della gleba è inevitabilmente sottomessa ai grandi feudatari (in proporzione la disuguaglianza odierna è maggiore, ndr) che detengono il potere economico e politico.

Isaac Asimov ne “La Fine dell’Eternità” descriveva perfettamente questa situazione: “Il 482° era uno dei molti secoli in cui la ricchezza era distribuita ingiustamente. […] I dati indicavano che si era ormai vicini al punto di rottura”. Gli Eterni, personaggi del libro, vedrebbero il 21° come “un altro dei molti secoli” afflitti da una disuguaglianza insostenibile. Se il punto di non ritorno è ormai stato raggiunto, quello di rottura è senza dubbio in forte avvicinamento: un’ulteriore polarizzazione della ricchezza mondiale sarebbe paragonabile al Titanic che si inclina sempre più, fino a verticalizzare e affondare. L’universo di Asimov, quindi, non è poi più così fantascientifico: d’altronde cos’è la fantascienza se non un tentativo di prevedere il futuro?