Oggi è il 15 settembre 2016, che significa? Che sono passati già otto anni da quello che può essere definito come l’11 settembre dell’economia mondiale: il crack della Lehman Brothers. E cos’è cambiato, o migliorato? Nulla, anzi, tutt’altro: dopo quella bancaria, la crisi europea del debito sovrano ha trascinato il Vecchio continente verso la stagnazione economica. Una palude sabbiosa da cui l’elefante europeo non riesce ancora a uscire. Era il 2007, più o meno settembre, e negli Stati Uniti si iniziarono a formare vistose file davanti i bancomat, tutti volevano ritirare i propri soldi perché stava serpeggiando il sospetto (manifestatosi già dal 2006) che le banche non fossero più così solide, che insomma qualcosa stava andando storto, tant’è che venne limitata la quantità di contante prelevabile. Nel mentre in Europa ci si giuggiolava nella tranquillizzante sicurezza della fortezza Europea.

Finisce il 2007 e inizia il 2008, il prezzo del petrolio è alle stelle, quello delle materie prime come anche dei generi alimentari sale in accordo con il costo del barile – non dell’inflazione -, e in America il settore immobiliare implode, o meglio come si dice in gergo, scoppia la bolla immobiliare. Significa che il mercato degli immobili era cresciuto troppo, male e artificiosamente; pompato da interessi speculativi che poco avevano a che fare con il normale andamento del mercato. Sostanzialmente la bolla esplode a causa dei subprime loans: prestiti ad alto rischio di insolvibilità. Le banche americane – e non solo – avevano trovato il modo di prestare soldi a più persone possibili – anche senza le garanzie di sicurezza tanto richieste dalle banche nostrane – e, mediante la cartolarizzazione, tutelarsi dal rischio di insolvibilità del beneficiario sminuzzando e impacchettando i titoli tossici in minuscole “scatolette finanziarie” non rintracciabili. O così credevano di fare. In parole povere quel prestito effettuato al soggetto “X” veniva diviso in piccole parti, poi divise altre “n” volte fino produrre delle parti così piccole da risultare pressoché innocue, poi inserite nei più svariati pacchetti. Si sminuzzava il rischio dell’insolvenza talmente tanto da renderlo quasi invisibile agli occhi, ma il rischio c’era, eccome.

Succede quello che non doveva succedere ossia che i privati (con privati si intende di tutto, persone, aziende, enti di vario genere, etc.) iniziano a non restituire i soldi presi in prestito. E non si tratta di poche persone. Uno più uno, più uno, più uno, più uno, e andando avanti così si arriva a una bella cifra, e la legge di Murphy non perdona: «Se qualcosa può andar male, andrà male». Per una serie di scelte sbagliate ora inutili da analizzare, è la Lehmann Brothers guidata da Dick Fuld a subirne gli effetti più consistenti. E sarà proprio la Lehman – che è stata lasciata fallire – a pagare per tutti, «Punirne uno per educarne cento», a che prezzo però. Sei anni prima la Lehman aveva già subito pesanti perdite e lasciato a casa più di seimila dipendenti – poi riassorbiti – dopo il crollo delle Torri Gemelle. Occupava, infatti, tre piani della Torre Nord e aveva uffici nel Three World Financial Server, quest’ultimo reso inagibile dallo schianto e dai detriti delle torri.

Si è in pieno 2008 e ormai la cartolarizzazione – come anche l’assenza di una regolamentazione rigorosa sul “leverage” – ha coinvolto tutti maggiori istituti americani, dalle merchant bank alle private bank, alle compagnie di assicurazione. I buchi si fanno sempre più consistenti e si entra in un circolo vizioso dove i titoli scendono, le azioni diventano carta straccia (la Lehman arriverà a perdere più dell’80% del proprio valore azionario scendendo sotto gli otto dollari), le banche – come le compagnie di assicurazione – gelose della rimanente liquidità non prestano più soldi, gli investimenti finanziari non girano, i privati non spendono più, l’economia quotidiana entra in stallo: il crack è servito. JP Morgan, Citigroup, Morgan Stanley, Merryl Lynch, Bear Stearns (quasi fallita), AIG, Wells Fargo, Freddie Mac e Fannie Mae, etc. Si salvarono in poche tra cui la sempre verde Goldman Sachs e Bank of America (quest’ultima con non pochi danni).

Tagliando corto entra in gioco la Federale Reserve di Ben Bernanke, l’Fmi di Strauss-Kahn, il Tesoro americano guidato da Henry Paulson, e lo stesso governo Bush. La domanda che si pone è: salvare la Lehman e creare un pericoloso precedente (della serie noi banche possiamo fare ciò che vogliamo tanto ci salveranno sempre perché siamo “Too big too fail”), o lasciarla fallire e vedere che succede? Il menù comprende solo queste due scelte e, dopo numerose riunioni, vertici, intrighi, voltagabbana, promesse di acquisto non portate a termine (come quella con la giapponese Nomura finalizzata a metà, o quella con la Korea Development Bank finita con lo stop dei koreani il 9 settembre 2008), i commensali hanno scelto: lasciarla fallire, portanto così alla più grande bancarotta della storia con un debito di oltre 600 miliardi dollari e quasi 30mila dipendenti lasciati a casa. La Lehman paga per tutti, e gli altri si rimettono in sesto grazie alle iniezioni di liquidità massicce, ma controllate del governo Bush.

Il resto è storia.