I burocrati lo chiamano “dittatore”, “ultranazionalista” e “antidemocratico”, eppure sono costretti a tacere di fronte all’evidenza dei fatti. Viktor Orbán gode di una vastissima popolarità e i dati macroeconomici sono dalla sua parte: in meno di sei anni di governo la disoccupazione si è pressoché dimezzata (dal 12% al 6%), il debito continua a calare (attualmente si attesta sul 75% del PIL) e i salari medi, in continuo aumento, sono i più alti dell’Europa orientale. Persino l’agenzia di rating Standard & Poor ha riqualificato l’Ungheria da BB a BB+. Tutto grazie ad una moneta sovrana, le giuste politiche fiscali ed il coraggio necessario per cacciare i commissari dell’FMI. Ma chi è veramente Viktor Orbán, questo controverso personaggio che divide gli opinionisti e che fa tanto parlare di sé e della sua Ungheria?

Giovane dissidente anticomunista, nel corso degli anni ’80 è membro di diverse associazioni che si oppongono al regime. Nel 1988 fonda il partito Fidesz. Inizialmente l’ideologia della formazione politica è progressista e fortemente filo-occidentale, ma si evolverà poi nel tempo sino alle elezioni del 1994,  quando la linea del partito opera una svolta decisiva assestandosi su posizioni marcatamente conservatrici. Sale al potere alle elezioni del 1998, sconfiggendo la coalizione di centro-sinistra che aveva governato il paese ininterrottamente dal momento della caduta del comunismo. A quel punto Orbán mette in atto politiche moderatamente liberiste, ponendo particolare attenzione alla spesa pubblica. La ricetta funziona. La disoccupazione cala, la qualità generale della vita migliora e le finanze pubbliche vengono lentamente risanate. Tuttavia, il giovane presidente (all’epoca neanche quarantenne) è più volte vittima della stampa, sia ungherese che straniera, che lo demonizza e lo accusa ingiustamente di antisemitismo e di altre amenità. Questo fuoco incrociato da parte dei media lo diffama agli occhi degli elettori; pertanto, non viene confermato per un secondo mandato.

Le elezioni del 2002 sono vinte dai socialisti, che governeranno l’Ungheria per otto anni. Con delle politiche ultraliberiste e filo-europeiste porteranno il Paese sull’orlo del fallimento, indebitando lo Stato per un valore pari al 25% del PIL. Il crescente malcontento popolare per il fallimentare governo socialista regalerà a Fidesz il trionfo alle elezioni del 2010.Forte di un solido consenso popolare, Orbán attua politiche prettamente stataliste che gli varranno le critiche di tutti gli altri partiti, nonché dei media internazionali. Nonostante ciò, non si lascia intimidire. Per prima cosa, senza usare troppi giri di parole, fa espellere tutti i commissari dell’FMI. Poi, liberatosi di quell’ingombrante presenza, nazionalizza le principali banche e le principali imprese. Impone a tutte le multinazionali che fanno affari nel mercato ungherese tasse per 468 miliardi di fiorini (circa 1,5 miliardi di euro) annui. Alza l’IVA al 27%. Abbassa sensibilmente i costi dei servizi pubblici. Introduce una flat tax al 16%. Vara leggi che limitano enormemente la speculazione finanziaria. Infine, riporta sotto controllo pubblico i fondi pensionistici privati.

L’intento principale di queste decise politiche di controllo delle banche, delle imprese e dell’economia in generale da parte dello Stato è quello di permettere l’affermazione di una classe media “borghese”, grazie anche alla capillare organizzazione della previdenza sociale, al fine di sviluppare una forte domanda interna, sulla quale poi costruire un sistema produttivo autonomo per affrancarsi dalla schiavitù delle importazioni e gestire autonomamente il proprio mercato. La rinazionalizzazione della banca centrale ha permesso l’abbassamento dei tassi dal 7% all’1,5%, consentendo così al Paese di sfuggire dalla morsa del debito. Inoltre ha garantito il finanziamento diretto di investimenti infrastrutturali per sostenere la domanda aggregata. E in tutto questo l’inflazione non è neanche aumentata, contrariamente a quanto sostengono i detrattori di queste politiche neo-keynesiane, ma è addirittura calata. Per finire, con la svalutazione del Fiorino (del 14% circa), la Banca d’Ungheria ha tutelato il mercato interno dalla concorrenza rappresentata dalle merci straniere. Questa è la prova empirica che non esiste un rapporto direttamente proporzionale tra quantità di moneta in circolazione ed inflazione. Al contrario di quanto i nostri governanti vogliono farci credere, non si cela lo spauracchio di Weimar dietro la sovranità monetaria. Dopo questa serie di mosse vincenti Orbán è nuovamente eletto. Attualmente ricopre il suo secondo mandato.

In politica estera, negli ultimi due anni, si è molto avvicinato alla Russia di Vladimir Putin, pur cercando di mantenere una certa autonomia, poiché il ricordo del giogo sovietico è ancora forte, siglando diversi trattati commerciali, soprattutto in ambito energetico. Naturalmente non sono mancate le critiche filo-occidentali anche in questa occasione. L’anno scorso è nuovamente salito agli onori della cronaca per la costruzione di un muro lungo il confine con la Serbia per evitare il transito del flusso di profughi, del tutto fuori controllo, sul suolo magiaro. Tutti i buonisti nostrani si sono scagliati su contro di lui definendolo un “nemico dei popoli”. Chiaramente in questo frangente la sua decisione non rappresenta una soluzione sostenibile, ma la legittima difesa di un piccolo paese abbandonato a sé stesso da un’Europa cinica ed egoista di fronte ad una catastrofe di portata colossale. Non è dato sapere se la questione dei profughi sia stata affrontata in maniera così sciatta per l’incapacità dei burocrati o per mero disinteresse, ma una cosa è certa: Orbán ha soltanto evitato il caos in casa propria.

Ultimamente la crescita del PIL ungherese è in leggera flessione e l’anno prossimo rallenterà ulteriormente. Le cause sono molteplici, tra tutte, probabilmente, la più influente è il perdurare della stagnazione economica dei paesi della Zona Euro. In ogni caso, nei cinque anni passati l’Ungheria ha visto una discreta ascesa economica e tutt’ora rimane un paese fortemente dinamico. Viktor Orbán, dal canto suo, per quanto possa essere dispotico ed autoritario, resta uno dei pochissimi statisti che difendono gli interessi della propria nazione, ponendo le banche al servizio dell’economia reale, e non viceversa. Naturalmente tutto ha un prezzo, e l’Ungheria è stata costretta a subire un pesante ostracismo sul piano internazionale, oltre che diversi contenziosi con grandi banche e multinazionali, nonché con la Commissione Europea, perché, per salvaguardare gli interessi del Paese, il suo presidente si è visto costretto a violare alcune norme imposte da Bruxelles che limitano la sovranità economica e la supremazia dello Stato.

Oggi la sovrana Ungheria deve fronteggiare nemici assai più grandi e più potenti di lei: le “eminenze grigie” della finanza mondiale. Schiacciato da una parte dall’Europa tecnocratica e dall’altra dalla Russia di Putin, il popolo magiaro ha delle difficili sfide di fronte a sé; tuttavia, Viktor Orbán rimane uno di quei pochi grandi politici che senza paura difendono il proprio popolo dalla dittatura del Capitale, contrapponendo alla “società del denaro” la “società del lavoro”, e che senza scrupoli sfidano a viso aperto quell’immensa, becera prigione dei popoli che ci ostiniamo a chiamare Unione Europea.