All’indomani del “Brexit” l’Europa appare ridimensionata, ancora più incompiuta di prima. Viene accusato Cameron perché avrebbe concesso un referendum ai suoi cittadini. Vengono accusati gli operai che non votano più Labour, viene accusata la generazione thatcheriana, vengono accusate tutte quelle persone che hanno votato Leave. La generazione Erasmus, invece, non è proprio andata a votare: se n’è bellamente fregata. Ma questo i giornaloni non lo dicono, affermano invece che chi è andato a votare (il 38%) ha scelto, in proporzione, per il Remain. Ma non abbiamo la sfera di cristallo per capire come si sarebbe mosso il restante 62% delle nuove generazioni. I mercati sono in subbuglio, le borse di Milano e Madrid hanno perso il 12%, con una vendita sul mercato azionario degli asset dei paesi periferici. Anche i tecnocrati di Bruxelles sono in subbuglio. Junker, l’attuale presidente della Commissione Europea, ha detto che con Londra “il divorzio non sarà consensuale”. Hollande ha stoppato i velleitarismi lepenisti chiudendo qualsiasi ipotesi di referendum in Francia. Che è un po’ come dire: la disgregazione non ci sarà perché noi, a differenza di Cameron, chiudiamo i rubinetti. Non c’è dubbio, un alto concetto di partecipazione democratica.

Si dirà che la Gran Bretagna storicamente è sempre stata sull’uscio dell’Europa, a metà strada tra essere o non essere. Ma non è lo stesso avere un piede mezzo fuori da non esserci proprio. Lo splendido isolamento inglese, se come pare almeno nel breve periodo, non comporterà l’effetto domino, rafforzerà la Germania: il “merkelismo” austero da tedesco diverrà europeo, riuscendo in quell’operazione egemonica che era fallita al gollismo decenni fa e che, nel complesso, avrà ripercussioni ancora più dannose sul resto del continente.

Ma il fallimento attuale e la possibile disgregazione di quella che non è mai stata una comunità, ma un groviglio di differenze, è frutto di due storici errori che già dall’inizio dell’integrazione hanno fatto camminare in modo claudicante l’Unione. Primo, la speranza che si potesse creare una comunità di nazioni partendo dal Manifesto di Ventotene, da un’idea astrattamente federalista, con un’integrazione economica che avrebbe accentuato il benessere e svuotato i nazionalismi. Questa tesi non si è verificata perché negli ultimi tempi i singoli paesi europei hanno avuto l’austerità imposta dal rigore tedesco, perché l’Europa é una confederazione. Il punto non è passare dal metodo intergovernativo al metodo comunitario: è illusorio e anche incostituzionale svuotare la sovranità nazionale.

L’Europa non ha bisogno di maggior potere strutturale perché le garanzie da un punto di vista economico sono già state massimizzate con il mercato unico e non certo con i tassi di cambio fissi sul modello dell’euro o con un coordinamento fiscale nel quale un commissario nominato decide, con un grosso problema di legittimità, di riscuotere i tributi di tutti i cittadini.

“No taxation without representation” ecco perché gli inglesi, a ragione, si sono opposti ad un ministro che sovrintenda le diverse economie europee.

La grande sfida non è avere un’Europa più federale come ripetuto dal mantra europeista. Il bivio per i leader di domani sarà altresì completare il progetto che per primi due grandi uomini di potere come Carlo Sforza e Sir Winston Churchill assieme a De Gasperi tracciarono nel 1950 e che alla fine non si realizzò perché de Gaulle si oppose. Stiamo naturalmente parlando della CED, la Comunità europea di difesa. Solo con un significativo disincentivo materiale a farsi la guerra il continente potrà evitarla una volta per tutte, spegnendo le armi di deterrenza interne ai singoli paesi e aumentando al tempo stesso la propria potenza relazionale in autonomia da stati stranieri.

Il secondo errore è più recente, risale a un quarto di secolo fa. Consiste nella riunificazione delle due Germanie, progetto che già una volta si è riverberato sugli altri paesi facendo di fatto implodere il Sistema Monetario Europeo. La recente crisi dei debiti sovrani ha messo in mostra le evidenti contraddizioni interne dei singoli paesi. Ma non è ancora stato affrontato, dal punto di vista economico, il principale problema che affligge il continente, ovvero un’Europa totalmente a trazione tedesca, un’area dove è diventato preponderante il mercantilismo teutonico, dove le esportazioni tedesche, prima intra-europee e adesso extra-europee, con un’autentica espropriazione ai danni dei paesi più deboli, proseguono favorendo un surplus che viola qualsiasi parametro previsto dai Trattati stessi (scritti con la forte influenza della medesima élite tedesca)

Potrebbe a questo punto essere realistica la creazione di due euro-valute  innestate sullo stesso mercato unico? E’ una proposta sulla quale riflettere con un’ efficacia certo non risolutiva, ma aiuterebbe ad alleviare i problemi dei paesi periferici, indebolendo- ed è questo che più conta- il dominio della Germania, che ha sempre avuto l’ambizione di essere un primo fra i suoi pari. Di tutto questo un grande paese di civiltà e democrazia come la Gran Bretagna adesso ci ha detto che non vuole più saperne. Perché non è la gloria di un rimpicciolito impero a rubarci l’Europa, ma il risorto IV Reich e le sue reincarnazioni tecnocratiche.