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La neolingua appiattisce, standardizza, internazionalizza ed edulcora la realtà. Termine “Jobs Act” compreso. Qualcosa di moderno, al passo con i tempi, veloce, dinamico, frenetico. Futurista? Non proprio. Anzi: proprio no, e basta. La neolingua renziana è un po’ come Mussolini che porta a spasso Hitler per Cinecittà ma soltanto dopo aver incipriato le vie con una buona dose di cartone. Il cartone di oggi, della società governata dai media, è il linguaggio. I fatti. Il Jobs Act è un fallimento. O meglio è un fallimento per i lavoratori dipendenti: ovvio che quando qualcuno perde qualcun altro vince, e quel qualcuno è il grande capitale. Rispetto ai primi 8 mesi del 2015 le assunzioni sono calate dell’8,5% ma, soprattutto, i licenziamenti sono aumentati del 31%. Un terzo. Non è necessario intraprendere una lunga e complicata ricerca per individuare la principale causa di questa disfatta: è la flessibilità, bellezza. È la capacità di piegarsi e di imparare a piegarsi sempre più, senza spezzarsi. Chi si spezza semplicemente viene cacciato. L’aumento di licenziamenti per “giusta causa”, ovvero disciplinari, è del 28%, una enormità. Delle due l’una: o i lavoratori hanno perso la testa o il mercato del lavoro gliel’ha fatta saltare.

Travaglio ci racconta i veri numeri del jobs act 
Senza consistenti sgravi fiscali l’intera celebrata riforma perde di qualsiasi valore benefico e proietta la nazione verso un futuro nebuloso (tendente al negativo) dettato dall’azzeramento degli stessi a partire dal 2017. In altre parole quando il governo cesserà definitivamente di spingere sul pedale della “politica fiscale” (tra apici perché il deficit è in continua riduzione) stimolando la domanda di nuove assunzioni, l’offerta dovrà sopperire alla criticità, come in realtà già sta facendo. Tradotto in termini reali ci si può tranquillamente aspettare una riduzione delle tutele, un aumento del precariato, una compressione del welfare e dei salari. Questi ultimi destinati a crollare in parte per sopperire al gap di competitività con l’estero, derivanti dal cambio fisso intra-euro, ma anche (e questa è una novità) per adeguarsi alla dilaniante stagnazione che ha attanagliato l’economia interna. Si sta assistendo ad una convergenza verso il basso che rappresenta un regresso a tutti gli effetti per la nostra economia: una trasformazione di portata epocale. A fronte di un aumento del 35,9% dei voucher nel periodo gennaio-agosto 2016 rispetto al 2015 (erano già aumentati del 71,3% dal 2014 al 2015) la politica risponde con hashtag e bonus elettorali, mai così lontani dall’essere utili alla ripresa dell’economia. Al governo non ci sono più statisti ma youtuber che non possono in alcun modo ammettere di aver sbagliato: Renzi è conscio di questo. Dichiarare di aver sbagliato, più che una questione di orgoglio, nel 2016 corrisponde all’automatica morte politica, con tanto di dimissioni e nuovo governo tecnico, specialità in cui la Repubblica Italiana è diventata sicuramente più flessibile. La sensazione è quella che l’attuale esecutivo, accompagnato da un Parlamento timbracarte, non sia per nulla consapevole della critica situazione che il Paese (e l’Occidente) sta attraversando. La transizione da potenza mondiale ad economia balcanica, passando per una stagnazione implacabile, pare inesorabile e dalla velocità che aumenta senza soluzione di continuità. L’intera popolazione italiana non può che essere soddisfatta della buona riuscita della cena alla Casa Bianca, ma di certo non del futuro che le si sta aprendo dinnanzi. Quando nel settembre 2014 Renzi dichiarava “voglio copiare dalla Germania il mercato del lavoro” non scherzava affatto. A qualcuno (i più accorti) quella affermazione fece rabbrividire il sangue: nei primi anni 2000 la Germania, consapevole del vantaggio che avrebbe ricavato, introdusse le famigerate riforme Hartz, atte esattamente a creare una enorme sacca di sottoccupati. Il motivo? Inondando il mercato del lavoro con l’offerta di “minijobs” da meno di 500 euro al mese avrebbe senza dubbio creato occupazione, al prezzo della dignità dei salariati. Va ricordato che i tedeschi sono il popolo con il maggior numero di sottoccupati d’Europa, e questo è un dato di fatto che dovrebbe far riflettere.

Il presidente del Consiglio Matteo Renzi durante la sui social "Matte Risponde"?, Roma, 5 Aprile 2016. ANSA/ UFFICIO STAMPA/ PALAZZO CHIGI/ TIBERIO BARCHIELLI +++ANSA PROVIDES ACCESS TO THIS HANDOUT PHOTO TO BE USED SOLELY TO ILLUSTRATE NEWS REPORTING OR COMMENTARY ON THE FACTS OR EVENTS DEPICTED IN THIS IMAGE; NO ARCHIVING; NO LICENSING+++

Il presidente del Consiglio Matteo Renzi durante la diretta social “Matteo Risponde”?

Che Matteo Renzi fosse un finto ribelle, un rispettoso premier mediterraneo voglioso di rispettare alla lettera i trattati UE era risaputo, ma che andasse ad applicare esattamente l’articolo 3 del TUE, quello che antepone “l’economia sociale di mercato fortemente competitiva” alla piena occupazione al benessere, in pochi se lo sarebbero aspettato. Errare è umano, perseverare è diabolico e il fiorentino sta perseverando eccome, sventolando alla prima avvisaglia di dati positivi, in realtà sempre in chiaroscuro, il successo con tanto di hashtag della propria riforma. Se poi il governo stesso pubblica brochure in cui si vanta del fatto che i propri ingegneri costino meno rispetto alla media UE (sono meno retribuiti) non si esagera affatto nell’affermare che la situazione sta sfuggendo di mano. Che poi in realtà è già sfuggita. La svalutazione salariale è strutturale all’interno dell’area euro, per un ormai perverso ma conosciuto gioco di riequilibri, e nessuno (ma proprio nessuno) si sta muovendo per fermarla, anzi la si idolatra perpetrando lo smantellamento del welfare e dei diritti sul lavoro. Viva il precariato, viva la cinesizzazione dell’Italia. Alla fine vincerà chi accetterà di essere pagato con due noccioline ma, quando arriverà quel momento, ci si comincerà a chiedere: e chi li compra i prodotti? Bella domanda. Se qualcuno conosce la risposta faccia un fischio a Renzi, sempre che non sia fuori a cena.