Mentana annuncia che a Newcastle il “remain” ha un vantaggio minimo sul “leave”. Poco dopo il dato ufficiale di Sunderland apre la strada a Brexit. Nell’Impero del Sol Levante, in quel momento, il sole si è già levato e i mercati hanno appena finito la colazione. La paura serpeggia. La Sterlina comincia a precipitare: a fine giornata perderà quasi il 10% nei confronti del Dollaro USA. Si preannuncia un venerdì nero.

Nel caos indotto da Brexit le certezze emergono. Come quando ci si ritrova in un momento di perdizione, uno di quelli che capita a tutti. In quegli istanti rispunta sempre la famigerata ex, la ragazza che vorresti odiare con tutte le tue forze, alla quale però finisci volente o nolente per scrivere ogni volta che ti senti male. Nella ormai storica notte che ha traghettato l’Europa da giovedì 23 a venerdì 24 giugno il primo pensiero degli investitori è andato al Giappone. In cerca di un rifugio dal panico gli acquisti vertono ferocemente sullo Yen. Se il 23 giugno un Dollaro comprava 104,9 Yen, alla chiusura del 24 giugno ne compra solo 102, scendendo durante la giornata anche sotto la soglia dei 100, per poi rimbalzare. Lo Yen, in sostanza, rivaluta del 2,8% in un sol colpo. Non solo. I titoli decennali di debito nipponico si mostrano decisamente appetibili e rendono -0,17%: essendo il tasso d’interesse negativo, gli investitori pagano per avere il debito giapponese. L’Impero del Sol Levante si riconferma una garanzia.

Eppure non c’è nessun motivo per cui, secondo la dottrina mainstream, dovrebbe esserlo. È la ex che hai odiato, che si comporta in maniera discutibile. Se c’è un ideale di ragazza a cui aspiri, la tua ex è totalmente l’opposto. Il Giappone è totalmente l’opposto. Eppure alla fine torni da lei. È inevitabile. Perché? Ha un rapporto debito/PIL in costante ascesa che rasenta il 230%, un rapporto deficit/PIL pari al 6% e una crescita che stenta a spiccare il volo da decenni. Se davvero la finanza pubblica fosse la chiave di lettura della stabilità di un Paese, tra un nigiri e un uramaki lo spread e l’austerity sarebbero i principali argomenti di discussione. Invece non è così: semplicemente perché le cose nella pratica non sono così.

Anzitutto il Giappone era, è e rimane uno Stato a moneta sovrana. Il premier Shinzo Abe, sin dal suo insediamento, ha fatto tutto il possibile per permetterne la comprensione. Abe non ha mai visto di buon occhio l’indipendenza della BOJ (Bank of Japan) spingendo per l’assoggettamento della stessa all’influenza del Governo. Il risultato è che dal 2013 circa il 70% dei bond emessi dal tesoro vengono riacquistati dalla BOJ. L’effetto è duplice: calmierare il tasso d’interesse sul debito e iniettare liquidità nel sistema economico. Dalla fine di febbraio il Giappone si finanzia a tassi negativi e ora il 20% del debito è nelle mani della Bank of Japan. L’ondata di liquidità (coadiuvata dal costo del denaro “negativo”, -0,1%) invece sta fallendo nell’intento di stimolare l’inflazione, per il semplice fatto che la politica monetaria in Giappone non produce più effetti evidenti. È come l’abuso degli antibiotici: negli ultimi anni si stanno sviluppando super-batteri che ne sono immuni. Questa pericolosa situazione viene definita come “trappola della liquidità”. L’intuizione che manca ai nipponici è la stimolazione della domanda aggregata tramite una spinta convinta verso l’alto dei salari e un taglio netto delle imposte sui consumi (in questo senso si sta cercando di rimandare l’aumento dell’IVA). Nonostante ciò il Giappone risulta essere l’isola felice per gli investitori durante le crisi sui mercati. È ovvio che la valutazione delle criticità di una economia siano viziate da interessi particolari: nella UE l’austerity è un dogma intoccabile, nel resto del mondo evidentemente no. C’è da chiedersi allora: chi condanna deficit, debito pubblico e monetizzazione, anche in un momento di crisi come questo, è ignorante o in malafede?