di Michelangelo Pacifico 

“Olimpiadi Roma 2024: con giochi +0,4% del PIL”, “PIL sotto attese ma ripresa”. “Se il PIL non migliora la flessibilità ce la scordiamo”. Sono solo alcuni dei titoli usciti in questi giorni sui maggiori quotidiani nazionali, il comune denominatore è il PIL, questo sconosciuto, di cui tutti sentono parlare ma che nessuno conosce veramente, è un indicatore ormai obsoleto che ha iniziato la sua ascesa a partire dalla fine della seconda guerra mondiale. Il successo del PIL, è dovuto sicuramente alla sua semplicità, fornisce al decisore pubblico uno schema immediatamente utilizzabile per valutare l’efficacia di azioni politiche, prima della sua invenzione i politici avevano a disposizione poche informazioni e di bassa qualità.

Simon Kuznets fu padre del PIL (prodotto interno lordo), in inglese GDP (gross domestic product),  e sosteneva la necessità della crescita economica per ridurre le diseguaglianze. Secondo la sua teoria,l’aumento dell’occupazione e della produttività avrebbe portato ad un aumento dei salari e ad una distribuzione del reddito più uguale, non nel breve ma nel lungo periodo. Oggi, data astrale 2016, quel lungo periodo è arrivato e possiamo dire tranquillamente che il premio nobel Kuznets si sbagliava di grosso. In un discorso al congresso degli Stati Uniti Kuznets, nonostante la sua teoria della crescita economica collegata alla distribuzione del reddito, sostenne che sarebbe stato un errore misurare il benessere basandosi sul reddito. Suggerimento mai colto; infatti il collegamento benessere-crescita del reddito, oggi viene dato per scontato da mass media, politici e portatori vari del pensiero unico dominante.

Quella iniziata nel 2008 è una delle peggiori crisi economiche della storia. Molti economisti pensano che uno dei motivi per cui questa crisi abbia colto di sorpresa, è proprio la centralità di un sistema di misurazione sbagliato, sistema costituito da indicatori privati e pubblici non in grado di far comprendere che la crescita dell’economia mondiale tre il 2004 e il 2007 stava avvenendo a scapito di una crescita futura. Alcune performance erano infatti crescite apparenti, profitti che si basavano su prezzi gonfiati da una bolla. Probabilmente se ci fosse stata più consapevolezza dei limiti di misure come il PIL, ci sarebbe stata meno euforia negli anni precedenti la crisi. E’ come se i “piloti” che guidano le economie, cerchino di seguire una rotta con una “bussola” poco affidabile, e con una bussola poco affidabile si è destinati al naufragio. La prima componente del PIL è costituita dal consumo; in parole povere tutto l’Occidente  orienta le sue decisioni politiche in base al consumo, senza tenere conto del fatto che viviamo su un pianeta dotato di risorse naturali limitate.

Parlando di numeri concreti, nel 1961 l’umanità consumava la metà della bio-capacità del pianeta, e il 31 dicembre 1986 abbiamo superato la soglia critica in cui la domanda dei servizi ambientali ha superato il tasso con cui la natura li rigenera in un anno, mentre al giorno d’oggi consumiamo le risorse di un pianeta e mezzo. Se vivessimo tutti come i cittadini degli Stati Uniti avremmo bisogno di 4 pianeti per soddisfare le nostre esigenze. La cosa è ancora meno rassicurante se si considera il fatto che sulla terra ora vi sono 7,5 miliardi di individui, e si stima che nel 2040 gli individui saranno 9 miliardi. Nel 1950 il PIL mondiale era di 6000 miliardi di dollari, nel 2010 era di 62910 miliardi di dollari, è impossibile pensare che arrivi nel 2050 a 172000 miliardi di dollari senza sconvolgere maggiormente gli equilibri naturali.  La politica della continua crescita del PIL ci ha portato oggi a estrarre circa 60 miliardi di tonnellate di materie prime l’anno, ed è il 50% in più rispetto a quanto si estraeva 30 anni fa.

Insomma siamo arrivati a un punto di rottura, una situazione ormai paradossale, stiamo ancora usando un indicatore che sbaglia la rotta ormai da troppo tempo, in grado di dirci solo quanto un sistema deve consumare per crescere più degli anni precedenti, e così via all’infinito. Nessuno ne parla, nessuno ne scrive, o almeno chi è informato non ha sicuramente accesso ai titoli dei giornali, ma la questione è semplice, chiara e la capirebbe anche un bambino: una crescita infinita in un sistema finito è impossibile.