L’Italia colleziona l’ennesimo invidiabile riconoscimento nelle classifiche continentali collocandosi all’ultimo posto per tasso di natalità contando otto nuovi nati ogni mille abitanti. Se questo dato lo raffrontiamo al numero dei decessi, mai così alto negli ultimi cinquant’anni, troviamo un saldo negativo di circa centosessantaduemila unità, per trovare un dato peggiore dobbiamo tornare indietro fino al biennio 1917-1918 con la grande guerra e l’influenza spagnola.

Il ministro Lorenzin e il governo invece d’iniziare una seria riflessione e autocritica sulle politiche sanitarie attuate in questi anni e che hanno portato a una riduzione senza precedenti delle aspettative di vita (0,2 punti per gli uomini e 0,3 per le donne rispetto all’anno precedente), mettono in atto politiche di sostegno alla natalità la cui inefficacia si palesa in modo impietoso nei dati.  Si tratta di un bonus di 80 euro al mese per tre anni per famiglie con un Isee inferiore ai venticinquemila euro che raddoppia se questo fosse inferiore ai settemilacinquecento euro. A questo può aggiungersi un sussidio in buoni acquisto dal valore di mille euro all’anno concesso alle donne con almeno quattro figli e un Isee inferiore agli ottomilacinquecento euro. Basta un minimo di buon senso per capire che sperare di incidere sull’andamento demografico con una manovra di questo tipo ha la stesso probabilità di risolvere il problema dell’acqua alta a Venezia gettando crostini di pane in laguna per assorbirla. L’ammontare della manovra peserà sulle casse dello stato per quasi due miliardi di euro in un triennio secondo le previsioni del governo.

Il problema non è banale, oltre al rispetto dei dettami costituzionali che prescriverebbero politiche a sostegno della famiglia, ad essere a rischio a lungo termine è la sostenibilità sociale del paese con particolare riguardo al sistema previdenziale. Fermo restando che fare figli non è obbligatorio ma una scelta, questa scelta rimane tale solo se libera, cioè se non dipende da  situazioni terze. Non siamo certo contrari a iniziative in sostegno della natalità quello che critichiamo è l’inefficacia di proposte che non siano strutturali e perciò destinate all’insuccesso. Il bonus bebè, come altre iniziative di questo governo, risponde solo a una logica di raccolta del consenso a breve termine e a trasmettere quell’idea di dinamismo ed efficientismo tanto cara al nostro premier, ma il risultato non è altro che uno dei mille rivoli in cui si disperde il denaro pubblico e questo perché semplicemente nessuno programmerà mai una gravidanza sulla base di ottanta euro in più o in meno al mese. Le cause di questa crisi demografica sono da ricercare altrove e la triste ironia della storia fa sì che queste possano essere ritrovate proprio nelle logiche del capitale che si traducono nelle politiche economiche messe in atto dal governo.

Il dato economico rimane al primo posto a determinare la libertà di una scelta. Se per vivere hai bisogno di due stipendi e una gravidanza significa licenziamento la scelta smette  del tutto di essere una scelta. Non aiuta certo una disoccupazione giovanile sempre intorno al 40% cosa che limita le capacità di programmazione di qualsiasi coppia e aumenta l’età del primo figlio determinando in questo modo una necessaria diminuzione del tasso di fertilità. Ma sono state le riforme che in questi anni in nome della flessibilità hanno progressivamente tolto tutele e diritti, non ultimo il Jobs Act, ad aver precarizzato l’esistenza delle nuove generazioni. Tutti questi strumenti permettono una liquidità del mercato del lavoro che diventa necessariamente penalizzante per tutte le giovani donne che potrebbero avere o hanno figli piccoli e specialmente per chi tra loro appartiene alle classi più deboli dove la competizione è maggiore e minore il valore aggiunto dovuto alla formazione.

Le riforme messe in atto nel sistema sanitario hanno provocato un peggioramento del servizio, una conseguenza davvero inaspettata quando il tuo unico obiettivo è il contenimento della spesa. Contenimento raggiunto trasferendo la spesa sul cittadino. L’ottanta per cento delle donne italiane preferisce rivolgersi a un ginecologo privato per essere seguite nel corso della gravidanza un costo non indifferente se si considera che una visita costa in media cento euro a cui va aggiunto il ticket degli esami da ripetere più volte nei nove mesi. Il procollo ministeriale garantisce infatti solo tre ecografie nel corso della gravidanza ma è probabilmente il tema della continuità assistenziale, cioè il fatto di poter essere seguiti dallo stesso specialista  con il quale instaurare un rapporto fiduciario, a indirizzare a questo tipo di scelta. A tutto ciò si aggiunge che la chiusura – pardon, razionalizzazione! – dei distretti sanitari territoriali sulla base di valutazioni statistiche che poco prendono in considerazione l’orografia del territorio, rende davvero complesso per non dire impossibile  in alcune zone d’italia l’accesso alla sanità pubblica.

In terzo luogo la gestione del bambino una volta nato nel caso si sia riusciti a conservare un lavoro. Ora che i nonni sono costretti a lavorare fino a settant’anni per le riforme del sistema pensionistico un affidamento famigliare diventa sempre meno patricabile. Senza entrare nel discorso educativo di lasciare il proprio figlio o figlia di 3 mesi per otto ore in un asilo nido, questi hanno liste d’attesa chilometriche e costi spesso insopportabili per chi non ha uno stipendio più che buono arrivando in molte regioni a cifre superiori ai 400 euro.

Rimarrebbe un ultimo punto più filosofico e meno economico: le nuove generazioni si nutrono di prospettive di significato che diano valore all’esistenza, in un occidente ogni giorno più povero prima di tutto spiritualmente povero, al punto parafrasando Heidegger da non essere più in grado di riconoscerne la mancanza, cercare percorsi che non conducano a vuote individualità richiede una non comune tensione oppositiva allo spirito del tempo e significa comunque addentrarsi in territori inesplorati senza garanzie di successo. Avviare una riflessione critica generale sul nostro tempo appare come l’ultima farfalla in fondo al vaso di Pandora, la speranza di aprirci a modi alternativi che ridiano significato al nostro essere sociale e quindi alla nostra esistenza nel mondo e nella storia.