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“A droite il y a beaucoup trop de gens qui dorment. A gauche, il en est beaucoup trop qui rêvent. Notre tâche à nous est de rester éveillés” (G. Thibon, Retour au Réel)

 

Tempi duri per i moderati. L’esito delle primarie de Les Républicains, il partito di centro-destra francese, lo conferma. La vittoria schiacciante di François Fillon, fautore di un progetto liberale ma sovranista, mirante tanto al ricentramento dello stato sulle funzione regaliane (in particolare la sicurezza) quanto al rilancio dell’identità nazionale, in Europa e nel mondo, è un sonorissimo schiaffo ai danni dell’alta borghesia benpensante incarnata da Alain Juppé, che pretendeva di correre all’Eliseo vendendo il sogno dell’identité heureuse, l’identità felice, in un paese in cui il rischio di guerra civile non è un incubo così remoto. Fillon, che vanta una carriera politica di lungo corso ad alti livelli pur non essendo un puro prodotto dell’establishment francese (non ha frequentato l’ENA, né il trio HEC-Sciences Po-Ecole Polytechnique), ha vinto grazie ad una posizione conservatrice per gli standard francesi sulle questioni sociali (mantenimento del matrimonio omossesuale, ma abolizione del diritto all’adozione plenaria; restrizione della fecondazione eterologa alle sole coppie eterossesuali con problemi di fertilità; opposizione categorica all’utero in affitto) e un discorso radicalmente anti-statalista in economia. Un discorso che, tuttavia,  non è costruito sulla falsariga della retorica pro-competition dei tecnocrati europei, verso i quali Fillon non pare nutrire grandi simpatie, ma che fa appello in primo luogo all’anima laboriosa della Francia profonda.

French member of Parliament and candidate for the right-wing primaries ahead of France's 2017 presidential elections, Francois Fillon gestures as he delivers a speech following the first results of the primary's second round on November 27, 2016, at his campaign headquarters in Paris. France's conservatives held final run-off round of a primary battle on November 27 to determine who will be the right wing nominee for next year's presidential election. / AFP / Eric FEFERBERG (Photo credit should read ERIC FEFERBERG/AFP/Getty Images)

François Fillon, ex Primo Ministro sotto la presidenza di Sarkozy e vincitore delle primarie del centro-destra.

Prima ancora che l’impianto assistenzialista e socialisteggiante delle finanze pubbliche, Fillon intende infatti smantellare quella mentalità, tipica di certi salotti intellettuali che a sinistra hanno tutto tranne che il portafoglio, che vede nei patrons, nei capi d’impresa, i nemici della quiete sociale, e nello stato centrale il garante dell’uguaglianza. Da notare che i discorsi egalitaristi tanto amati dalla gauche bien-pensante lasciano da sempre il tempo che trovano: la Francia rimane e probabilmente rimarrà, visto che è nella sua natura, un paese fondato su dinamiche profondamente classiste ed elitiste. Quella promessa da Fillon è una vera e propria choc therapy. Tra le proposte più radicali: abolizione del limite delle 35 ore di lavoro settimanali, il totem dei sindacati francesi;  licenziamento di 500mila dipendenti pubblici, in un’economia che ne conta cinque milioni; taglio di 110 miliardi di euro alla spesa pubblica, che in Francia è pari al 57% del PIL, ben più alta rispetto al 50% registrato dall’Italia; riforma del codice del lavoro mirante a lasciare ampi spazi alla contrattazione aziendale, in un paese in cui il mercato del lavoro, nonostante la controversa riforma di recente attuazione, rimane rigidissimo.

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Manifestazione contro la riforma del lavoro, approvata dal Parlamento francese la scorsa estate.

Tuttavia, ad un programma schiettamente pro-mercato in ambito domestico, il neo-candidato de Les Républicains affianca un altrettanto marcato scetticismo rispetto ai discussi trattati di libero scambio. In merito al TTIP, il filo-putiniano Fillon non ha esitato a parlare di “imperialismo americano” in riferimento alla possibilità per le multinazionali di muovere causa agli stati sovrani tramite l’istituzione di tribunali privati ad hoc. Una posizione dunque affine a quella tenuta dal Front National, che si vedrà probabilmente costretto ad attaccare Fillon “da sinistra”, portando il dibattito sulle questioni dell’economia domestica, che costituiscono l’unica vera linea di demarcazione tra il programma filloniano e quello lepenista. Mentre la sinistra ufficiale latita, anche lei alla ricerca di un’identità che vada al di là della difesa del bikini in funzione anti-burkini (“contrario ai valori della Francia” secondo il Primo Ministro Manuel Valls), le presidenziali del prossimo aprile si profilano pertanto come uno scontro tutto interno alla destra.

Fillon si pronuncia contro il TTIP e l’imperialismo americano

Da una parte Marine Le Pen, candidata di un partito sovranista e statalista in economia (non a caso il simbolo della campagna elettorale del FN è una rosa blu, il fiore simbolo della gauche tinto del colore della destra), ma ben più progressista di quanto non si creda sulle questioni sociali. Non a caso, l’unica esponente di spicco del partito ad aver preso parte con entusiasmo ai vari rassemblements de La Manif Pour Tous è stata Marion Maréchal-Le Pen, la cui posizione nel partito rimane tuttavia minoritaria. Dall’altra Fillon, candidato che come si è visto si fa portavoce di un programma sovranista, pro-mercato ma non necessariamente pro-globalizzazione, e fautore di un principio di retromarcia socialmente conservatrice (Sens Commun, una delle espressioni politiche de La Manif Pour Tous, ha espressamente appoggiato Fillon fin dal primo turno). Insomma, si profila lo scontro tra una destra che gioca a fare la sinistra e una destra che prova a tornare dignitosamente tale.