Fanno il deserto e lo chiamano riforma costituzionale. Non contenti, i rottamatori hanno annunciato in vista della prossima Legge di Stabilità faraonici tagli di tasse che nella pratica dovranno essere coperti da circa 10 miliardi di tagli di spesa. Una mano lava l’altra e infatti i risparmi sono aumentati quest’anno di circa 2 miliardi. Se inoltre non ve ne foste accorti, quest’anno il Governo Renzi riceverà più entrate perché ha tagliato alcune agevolazioni. D’altra parte il nostro Premier sembrerebbe non avere la stessa fortuna dal punto di vista della flessibilità da chiedere in Commissione Europea. Infatti, la tempesta finanziaria di questa calda estate sta alimentando una nuova crisi. Difficile quindi far leva sul “buonismo” europeo e sulle concessioni per sforare il deficit. Anche perché, come abbiamo potuto notare dai dati dell’ultimo trimestre, l’Italia – insieme alla Francia- è il fanalino di coda della crescita europea (+0,3%) che su base annuale si attesterà al +0,7% e che al momento è pari allo +0,5%. Pochi spazi di manovra dunque, frutto di una politica economica pasticciona e che intende continuare a esserlo in una confusione prima che economica, drammaticamente ideologica e politica. Vi è infatti un po’ di Giavazzi (austerità espansiva), un po’ di politiche berlusconiane (Tasi e Imu, ma state sereni: si tratterà di una bella sostituzione con la nuova e più comunicativa Local Tax) e un pizzico, forse, di John Maynard Keynes, se sarà concessa maggiore flessibilità per avvicinarsi in un secondo momento al tanto agognato pareggio di bilancio. Con questo governo si sta perdendo tempo. Ma non sul lato delle riforme (quelle, s’intende, non prioritarie) che invece proseguono.

Questa è la sinistra dei Renzi, degli Hollande e da ultimo dei Tsipras. Nel complesso, più vicina a Bruning che a Roosevelt. Quello che ormai sta accadendo dall’inizio della crisi del 2008 in Europa è davvero miserevole, ma del resto non ci si poteva aspettare molto da chi ha fondato la propria esistenza sull’abuso di potere (che come sempre logora chi non ce l’ha). La completa improvvisazione spadroneggia ed è condita peraltro da un populismo nell’uso del linguaggio dove il concetto più difficile sussurrato la scorsa settimana al meeting di Cl è stato che vent’anni di berlusconismo e anti-berlusconismo hanno bloccato l’Italia. Ma almeno si votava. Poi hanno capito che votare è un modo per alimentare il populismo e allora basta. Una soluzione più conveniente era allestire il Partito della Nazione e paralizzare la democrazia. Così è stato. Spiace dirlo, ma i paragoni con gli anni del Pentapartito (e anche con tutti i predecessori di Renzi, fatto salvo Monti) sono impropri: Craxi all’epoca ebbe da fronteggiare il drammatico problema dell’inflazione a doppia cifra. All’inizio del suo mandato prese un paese con un’inflazione al 21%. Quando si dimise il tasso d’inflazione era sceso al 4%. E il Pil non era -0,4% o lo 0 virgola. La crescita, seppure non poderosa come negli anni del boom economico, si attestava mediamente sul 1,5% annuale. Altri tempi si dirà. Oggi di fatto l’Italia è commissariata; dalla signora Merkel, dalla Confindustria di Squinzi, dai sanculotti da strapazzo, dagli Alfano di turno e soprattutto da un Pd incapace di approfittare della combinazione di Quantitative Easing, conseguente svalutazione dell’euro, basso prezzo del petrolio e tassi d’interesse ai minimi storici. La disoccupazione, da quando Matteo Renzi ha dato la famosa pacca sulla spalla a Letta, non è stata per nulla riassorbita e ha invece toccato picchi del 13% negli ultimi 2 anni. Il tasso di disoccupazione giovanile, dall’inizio della crisi a oggi, è più che raddoppiato. Fino ad ora la propaganda sull’abbattimento della pressione fiscale si è fatta solo sentire. Non vi è neppure l’ombra di una qualche percentuale di inflazione e di ripresa della domanda interna e se, come dice il Primo Ministro Italiano, possiamo per quest’anno mettere un flebile segno più sulla crescita economica, non è certo grazie al suo Jobs Act (che regolamenta il lavoro, ma non lo crea).

La sinistra blairiana, fuori dalla storia da almeno un decennio, buona solo per il museo delle cere o per cinguettare ottimi auspici su Twitter, non ha saputo dare una svolta quando è andata al potere nei rispettivi paesi. E nulla sembra evolversi sullo scacchiere europeo; non si può allora rinfacciare alla destra più o meno lepenista la via al populismo: le semplificazioni non possono essere quelle degli altri. Le maggiori contraddizioni le ha quasi sempre chi sta al potere e chi ha la maggioranza. Di più bisogna mettersi in testa che il Vecchio Mondo- con alcune lodevoli eccezioni quali Blum o Schmidt- non ha mai avuto grandi leader di sinistra: l’Europa contemporanea a partire dai rispettivi stati nazionali è stata fatta dai Bismarck, dai Cavour, dagli Adenauer, dai De Gasperi, dai vari sciovinismi come quello gaullista fino ad arrivare alla scommessa del cancelliere Kohl di riunificare le due germanie. Questa è la realtà. La sinistra ha fallito prima e sta fallendo adesso nel non riuscire a spostare il centro di gravità dall’austerità alla ripresa proprio per incapacità, inefficacia, sottomissione e allo stesso tempo devozione al Potere. Thomas Hobbes diceva che le due virtù cardinali in guerra sono la forza e la frode. In politica accade più o meno la stessa cosa. La sinistra ha solo la seconda.