Recentemente Bank of America Merril Lynch ha rilasciato un report dal titolo piuttosto curioso: Vanity Capital: The global bull market in narcisism”. Il report si sofferma sul concetto del “Capitale della Vanità”, nel quale vengono racchiuse tutte le spese effettuate da ogni singolo individuo per incrementare ed elevare il proprio status sociale. Secondo il report, tale capitale ammonterebbe intorno ad una cifra che è pari a 4,5 trilioni di dollari, superiore al prodotto interno lordo della Germania. Certo, non è di facile imputazione la determinazione di tale importo e, forse, può sembrare anche una quantificazione alquanto fuorviante ma ci permette di consolidare le nostre convinzioni su questo trend sempre in crescita.

Un altro aspetto da analizzare è la distinzione molto soggettiva tra beni che possono rientrare nel capitale della vanità. E’ possibile definire beni che hanno una connotazione prettamente positiva con l’incremento dello status sociale e oggettivamente riconosciuti come tali. Gioielli, jet privati, macchine sono dei tipici esempi che rientrano nella categoria pocanzi citata. Inoltre, il report tende ad aggregare nella propria analisi beni legati alla cura della propria bellezza, salute e mantenimento della forma fisica. Nella ricerca effettuata viene evidenziata la crescita della spesa sia della categoria “Vanity Capital” e “Non Vanity Capital”. I risultati, evidenziano un incremento cospicuo nei paesi emergenti (Cina,India e America Latina), determinando così una correlazione positiva con l’incremento del reddito pro capite di tali individui. In tutti paesi considerati la spesa per il “Vanity Capital” tende ad essere superiore rispetto a quello del “Non-Vanity Capital”, consolidando un trend in crescita dal 2009. Che i paesi asiatici siano i più grandi fruitori del lusso e dell’ostentazione non è certo una novità. Non è un caso che le grandi case di moda si siano insediate nel continente asiatico. Nell’individuo asiatico vi è una necessità di emergere che si scontra con lo stretto legame che lo stesso ha con il gruppo. Facile è incontrare asiatici che fanno sfoggio di capi con griffe, proprio per distinguersi all’interno di una cultura collettivista. Soffermarsi sul caso asiatico è riduttivo, anche perché i paesi che crescono di più in termini di capitale della vanità, sono quelli dell’Europa occidentale.

Considerazioni anche antropologiche devono essere effettuate. In particolare negli scimpanzé, essendo la specie di animali che più si avvicina all’uomo, lo status sociale rappresenta un aspetto fondamentale per riprodursi. Ma una delle ricerche più importanti è rappresentata dal fatto che l’evoluzione umana ha determinato il desiderio verso lo status sociale e la necessità di ostentarlo tramite particolari oggetti. Riprendendo con quanto è stato detto all’inizio dell’articolo, la bellezza intrinseca agli oggetti che oggi possiamo considerare non ha nulla a che vedere con quanto è stato detto da Dostoevskij. La bellezza, anche in senso “shilleriano”, è un concetto universale, al quale è affidato il potere di ricomporre in un’unità armonica il disordine fondamentale della realtà, rendendola capace, così, di rivelare un senso ultimo al di sopra del suo stesso caos.Pertanto la mancanza di questo senso connesso agli oggetti rende l’acquisto degli stessi privi di ogni valore.