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Tra i concetti ribaditi negli ultimi anni dal compianto Bauman riveste un ruolo particolare quello di alienazione del reale: la perdita di concretezza delle basi su cui si fonda l’impostazione culturale postmoderna. La società del marketing e di Facebook è caratterizzata dalla sovrapposizione -se non a volte confusione- dell’apparenza con l’essenza; la natura intrinseca delle cose (ammesso che sia ancora definibile) non è altro che il modo con cui le stesse sono mostrate al grande pubblico, alla massa [1]. Pertanto, oggi, non di rado idee mediocri presentate come innovative, “rivoluzionarie” (aggettivo di forte impatto retorico in un immaginario collettivo modellato dal mito del progresso e della libertà) riscuotono grande successo presso le folle. Una di queste trovate, divenuta recentemente piuttosto popolare presso certi ambienti, è la cosiddetta moneta complementare. Essa è principalmente una valuta, parallela a quella nazionale, che è gestita ed adoperata a livello locale, facilitando così gli scambi, i consumi e quindi la produttività. Questo in linea di principio, poi le modalità d’applicazione possono variare ad libitum.

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Complice la crisi, le valute complementari hanno conosciuto una crescente popolarità nella Penisola.

In Italia ne abbiamo sentito parlare più volte: è una proposta che è stata tirata fuori a più riprese dai Cinque Stelle, l’ultima probabilmente in occasione delle amministrative a Roma. Più recentemente, anche un Berlusconi a corto di iniziative ha cercato di giocare questa carta. Senza dilungarci nel merito, ammesso che ve ne sia bisogno, le difficoltà intrinseche di questo progetto sono evidenti: dai tassi di cambio, ai pagamenti internazionali, fino alla gestione di un’eventuale entità emittente e l’incognita dei tassi di interesse. L’adozione di queste valute parallele, più diffusa nel mondo di quanto si possa credere, pare aver portato effettivi miglioramenti a livello dei consumi e della produttività locale, ma qui emerge un grande limite: le imposte. Uno Stato logicamente non può accettare pagamenti in una valuta di cui non governa l’emissione, pertanto è costretto ad esigere le tasse esclusivamente nella valuta nazionale. Cosa succede? I cittadini spendono sempre più la valuta locale e accumulano quella nazionale esclusivamente per pagare le tasse e per le transazioni esterne. Facile intuire gli squilibri deflattivi-inflattivi cui ci si espone.

E questo è l’argomento economico. Ma ragionare in termini tecnici (e tecnocratici) è umanamente limitante. L’errore in tutto questo, ancora prima che macroeconomico, è filosofico: per capirlo meglio occorre fare caso a quanto detto prima, ossia alla retorica (il “male necessario” di G.B.Shaw) usata per propagandare tale iniziativa. Un buon esempio può essere il film-documentario individualista e sessantottino Domani, uscito nei cinema italiani alla fine dell’anno scorso. La pellicola, dall’inquietante sottotitolo “Il film che trova le risposte al nostro futuro”, è divisa in diversi capitoli. In particolare, in quello dedicato all’economia, dopo l’esposizione dei vantaggi di una moneta complementare, vi è una breve intervista in cui un cittadino di Totnes, cofondatore del comitato comunale per la moneta locale, afferma che “le monete locali sono progetti davvero molto interessanti, perché pongono la seguente domanda: chi è autorizzato a produrre denaro?”. Fa una certa impressione che un cittadino comune, e non un freddo accademico cresciuto sui testi di Friedman e Rothbard, metta in discussione con una tale innocente disinvoltura la principale autorità statale. L’approccio storico e filosofico alla politica economica viene così seriamente compromesso.

Il trailer di Domani, film di produzione francese che riprende temi cari alla gauche caviar: orti urbani, agricoltura sostenibile, permacoltura. Soluzioni per un mondo migliore all’insegna dei diritti umani, della tolleranza, eccetera eccetera eccetera.

Secondo la teoria viennese-schumpeteriana del ciclo economico, che ad oggi resta ancora probabilmente la più esaustiva dal punto di vista scientifico, nei periodi di recessione, depressione e stagnazione, lo Stato non deve fare assolutamente nulla, ma solo attendere che “il mercato smaltisca i propri veleni” [2]. In termini puramente teorici questo non è necessariamente sbagliato, se assumiamo che tutto in natura tende ad un equilibrio, prendendo a prestito il noto principio della termodinamica. Ma, seguendo tale approccio, dovremmo presupporre che scienze naturali e scienze sociali obbediscano alle stesse leggi. Quest’impostazione epistemologica, non priva di certi echi goethiani, è valida in maniera universale soltanto se si guarda alle cose complessivamente nel loro insieme, in una macroprospettiva. La società tende all’equilibrio soltanto sul lungo-lungo periodo. Basti pensare alle profezie di Malthus: nessuno nel XVIII poteva immaginare che l’Europa avrebbe provveduto da sola a sterilizzarsi. Ma, allora, perché aspettare decenni, magari nel frattempo fabbricandosi un po’ di denaro in casa, prima che l’economia ritorni a marciare propriamente, anziché mettere in atto politiche pubbliche efficienti volte a tale scopo?

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Secondo la teoria austriaca del ciclo economico, durante i periodi di recessione lo Stato non deve intervenire giacché ostacolerebbe il naturale ri-equilibrio del mercato.

Gli eredi di Keynes hanno apportato grandissimi contributi teorici alla materia (la teoria della moneta endogena, l’embeddedness, ecc…), ma nessuno di loro è stato capace di elaborare un modello unitario e coerente delle fluttuazioni di lungo periodo, né tantomeno una serie di politiche economiche che potessero contrastare la stagflazione e affrontare le incognite di un’economia sempre più globalizzata. La successiva colonizzazione culturale (neo)liberista non ha trovato di fronte a sé troppi ostacoli. Il risultato? Oggi, guardandoci indietro, notiamo che nella storia dell’economia occidentale non era mai successo che le principali banche centrali mondiali tenessero i tassi di interesse così bassi per così tanto tempo e che indulgessero così tanto in politiche monetarie non convenzionali (Quantitative Easing, Targeted Long-Term Refinancing Operations, ecc…).

Mentre i circuiti finanziari sono sempre meno funzionali all’economia reale e sempre più asserviti alle scommesse degli speculatori, i cittadini non solo diffidano di uno Stato sempre più inesistente, ma addirittura lo eliminano dalla propria concezione della politica. Quasi tutti i principali cantori delle magnifiche sorti e progressive della società anarchica e liquefatta della condivisione, di cui le monete locali paiono essere il fiore all’occhiello, sono – casualmente – anche gli stessi del “più Europa”. Anziché reagire, azzardare soluzioni reali, si preferisce tollerare che i governi proseguano nelle loro politiche di livellamento dei salari. Purtroppo, oggi, anziché alternative sovraniste, in giro si vedono piuttosto desovranizzazioni alternative. E la desovranizzazione della società passa inevitabilmente per la desovranizzazione dell’individuo. In un’altra parte del documentario Domani, dopo una condivisibile critica al sistema creditizio mondiale, viene concessa un’intervista al trader (eufemismo per intendere speculatore) Bernard Lietaer. Egli sostiene che:

“Tutte le società patriarcali della storia si sono basate su un monopolio monetario, […] un meccanismo che, senza che la gente se ne renda conto, concentra tutte le risorse al vertice. […] Ad un corso di economia ti fanno il lavaggio del cervello dicendo che bisogna fare tutto usando la stessa moneta. Non dico che non sia efficace, ma è fragile, non è resiliente. […] C’è bisogno dell’Euro, c’è bisogno di una moneta mondiale che non sia la moneta nazionale di qualche paese. E c’è anche bisogno di una moneta che sia del tuo quartiere”.

Insomma, indorare la pillola del peggiore sfruttamento selvaggio a danno della gente comune lasciandogli credere di essere liberi, di poter migliorare da soli la propria condizione.

Bernard Lietaer, economista belga di stanza all’Università di Berkeley, teorico dell’euro e delle monete complementari

Questo monopolio culturale, Gramsci docet, passa attraverso la vulgata post-novecentesca dello “Stato brutto e cattivo”. Il liberalismo contemporaneo (destra o sinistra, non fa differenza), si differenza da quello dell’Ottocento perché, in più, predica l’anarchia mascherata da progresso, è teso alla costruzione di una società non più liquida, ma probabilmente gassosa, fondata unicamente sulla proprietà privata, di cui è completa apoteosi. Moneta complementare, reddito di cittadinanza, sharing economy, puntano tutti nella stessa direzione. Diffidate di chi vi illude con la vana promessa della libertà, poiché “nessuno è più schiavo di colui che si ritiene libero senza esserlo” (Johann Wolfgang von Goethe).

 

[1] Irrisorio se non offensivo svilire un argomento di tale complessità in poche righe. Si tenga conto che tale fenomeno è trasversale e parte dalla sempre maggiore “virtualizzazione” delle nostre vite dovuta al dirompente progresso tecnologico degli ultimi quarant’anni, la quale influenza non solo la nostra percezione delle cose, ma anche la nostra attitudine verso il mondo. Un buon approfondimento può essere La vita tra reale e virtuale, Z. Bauman, EGEA, Milano, 2014. Per correttezza occorre citare altresì Jean Baudrillard e Jean-François Lyotard per il loro indipendente contributo alla definizione di tale teoria in seno all’universo della critica della società contemporanea.

[2] Joseph A. Schumpeter, Depressions, in The Economics of the Recovery Programs, Whittlesey House, McGraw-Hill, New York 1934, p. 20. Tesi pressoché identica fu sostenuta da Lionel Robbins negli stessi anni dall’altra parte dell’Oceano.