Del Ttip, e dunque del Trattato Transatlantico che Unione Europea e Stati Uniti stanno negoziando in sordina, si sta finalmente cominciando a parlare, ma sempre troppo poco, anche e sopratutto a causa del  (voluto) silenzio stampa dei grandi media. In Europa si sono accesi numerosi focolai di gente contraria a questo ed altri trattati ultraliberisti internazionali; sicuramente da ricordare la grande manifestazione che, qualche mese fa, vide oltre trecentomila tedeschi ribellarsi a questa condanna a morte. All’estero infatti del Ttip&Co. se ne parla eccome, e per sincerarsene basta cercare della bibliografia sull’argomento, abbondante in lingua inglese, francese, spagnola e per l’appunto tedesca; e in italiano? Poco e niente, decine di articoli vaghi ed imprecisi, ed appena due/tre piccoli saggi inconcludenti. Inutile parlare dunque delle rimostranze popolari, praticamente assenti. Questo 7 maggio tuttavia la piattaforma #StopTtip Italia ci ha provato, ma i risultati sono stati scarsi.

La battaglia contro i trattati commerciali internazionali infatti, si può convenire, deve esser mossa da tutti gli italiani, giacché ad essere a rischio sono le nostre radici, e quindi agricoltura come artigianato, i nostri servizi fondamentali, ossia istruzione, sanità, sicurezza, comunicazione (e molti altri), e dunque, in definitiva, le nostre vite. Eppure ad affollare la piazza (neanche troppo) non c’erano gli italiani, né una loro completa rappresentanza, ma solo una sparuta minoranza politica.

C’erano ad esempio ben pochi rappresentanti di categoria (artigiani e agricoltori, i primi in realtà che sarebbero dovuti esser convocati), qualche grillino (evidentemente dimentico dell’atlantismo di alcuni suoi leader, tra cui Di Maio ed il fu Casaleggio), gruppi sparsi e sopratutto bandiere della CGIL e di Rifondazione Comunista. Il problema, sia chiaro, non sono i comunisti di per sé, che quanto meno si sono mantenuti fedeli alle antiche posizioni anticapitaliste, al contrario dei sinistrorsi da salotto piddini che stanno più a Washington che a Roma; Il problema erano proprio le bandiere partitiche, a prescindere da quali potessero essere. In quella piazza dovevano esserci difatti solo tricolori, striscioni antiTtip e stendardi delle varie confederazioni dei lavoratori, invece sembrava una via di mezzo fra la festa dell’Unità e l’annuale manifestazione a favore della marijuana.

Errore dunque è stato il politicizzare una manifestazione che dovrebbe essere di tutti gli italiani, uno sbaglio con una duplice conseguenza: da una parte un piccolo partito estremo che fa sua una battaglia pubblica dalla quale automaticamente allontana tutte le altre forze in campo; dall’altra tutti gli altri partiti e movimenti che, di risposta, si allontanano da quella stessa piazza, per ataviche ed insensate contrapposizioni politiche.  Piuttosto, avrebbero dovuto prenderne parte tutti, senza alcun segno di riconoscimento perché, vedete, il problema è proprio questo, fintanto che continueremo a dividerci e lanciarci in una lotta fratricida, il vero nemico continuerà a farla da padrone. Mentre discutiamo più o meno animatamente di sciocche rivalità, le politiche privatistiche e liberiste avanzano inesorabili, a cominciare dai provvedimenti renziani. In fin dei conti la storia è vecchia, il “divide et impera” già lo insegnavano i romani.