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Nel 1935 lo scrittore porteño J.L. Borges pubblicò una serie di racconti intitolata “Storia universale dell’infamia”. Ogni storia di tale raccolta prendeva le mosse da fatti realmente accaduti, ma rielaborati nei nomi e nelle trame, sino a rendere gli avvenimenti quasi irriconoscibili. Di fatto, con quest’opera, perlopiù sconosciuta al grande pubblico, Borges gettò le fondamenta di un filone destinato a conquistare ed incantare il mondo: il realismo magico sudamericano. Dal canto nostro, invece, in quest’articolo ci limiteremo a tentare di tracciare in modo scientifico una “Storia particolare dell’infamia”, una storia relativa esclusivamente all’Argentina, dal secondo dopoguerra ad oggi. Faremo i nomi degli “infami” che con le loro scelte hanno minato lo sviluppo economico di questo paese ed enunceremo i fatti salienti che hanno segnato il cammino dell’economia argentina, in particolar modo dal secondo dopoguerra ad oggi. Come accennato, l’inizio del declino economico argentino coincide con gli anni QuarantaSenza tenere conto dell’impennata, causata dalle spese di guerra, che si verifica tra il 1940 e il 1945, il Prodotto Interno Lordo pro capite dell’Argentina è cresciuto con un ritmo simile a quello del Canada, dell’Australia e degli Stati Uniti sino alla Seconda Guerra Mondiale. Da quel momento fino ai giorni nostri, invece, alterna periodi di lenta crescita e periodi di stagnazione rispetto alle altre potenze. Questo Paese dell’America Latina è sempre stato caratterizzato da una forte e costante instabilità politica, che ne ha profondamente segnato in negativo tutti i periodi storici, dall’indipendenza ai giorni nostri. Riassumendo sommariamente, dopo l’indipendenza del 1816 e la costituzione del 1819, verso la fine del 1800 e l’inizio del 1900 l’Argentina vide una fulminante ascesa economica, sostenuta grazie agli investimenti stranieri, la colonizzazione del Sud, con il conseguente sfruttamento delle ingenti risorse naturali (dalla terra fertile al petrolio) e il continuo flusso migratorio, che portò la popolazione a raddoppiare nel giro di 25 anni. Quasi la metà di coloro che sbarcavano nel Nuovo Mondo erano italiani. L’economia sofferse molto la crisi del 1929, non tanto al livello bancario, quanto per quel che riguarda le piccole imprese, che fallirono per la maggior parte.

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Porto di Buenos Aires negli anni Trenta

Alla vigilia del secondo conflitto mondiale in Argentina si era delineata una struttura economica e sociale particolare: da una parte gli oligarchi, che detenevano le risorse naturali, dall’altra una classe media in ascesa fino agli anni ’20 del 1900, che in seguito combatterà per mantenere il proprio status. La classe operaia rimase sempre una minoranza. La costante e sostenuta crescita economica fu possibile soltanto grazie all’esportazione di materie grezze (petrolio, cereali, carne) a basso costo verso mercati con una domanda in perenne crescita, come gli Stati Uniti e l’Europa. L’Argentina ai primi del Novecento era il Paese più attrattivo al mondo dal punto di vista degli investimenti stranieri. Questo permise di creare occupazione e ricchezza, ma non fece mai sviluppare grandi imprese argentine. Nonostante ciò, tra il 1870 ed il 1920 fu varato un monumentale piano di opere pubbliche, che permise al paese di dotarsi di un sistema di infrastrutture paragonabile a quello di uno stato dell’Europa occidentale. In quel periodo il porto di Buenos Aires era tra i primi quindici più trafficati al mondo, da dove ogni giorno partivano i beni primari prodotti nelle pampas e nelle pianure del Nord, e contemporaneamente arrivavano come un flusso continuo prodotti industriali raffinati. L’Argentina rimase sempre un Paese fortemente votato alle esportazioni e furono fatti molti tentativi, dalla fine dell’Ottocento fino al 1929, per sviluppare il proprio potenziale industriale. L’ultimo, nonché più imponente, fu il Plan Pinedo (1940). Tuttavia, neanche questo diede i risultati sperati. Poi, nel 1946, salì al potere Juan Domingo Perón. Affrontare il peronismo dal punto di vista ideologico è assai complesso; nei fatti, Perón soppresse le istituzioni democratiche ed usò il pugno di ferro verso i suoi oppositori. Per garantirsi il sostegno popolare, diede vita ad una dissennata spesa pubblica fatta di tagli alle tasse e di sussidi per la sanità e l’istruzione. Tutta questa spesa non sortì mai un aumento della produttività, ma soltanto un indebitamento e, sul lungo periodo, un aumento incontrollato dell’inflazione. In quegli anni, il Piano Marshall stava danneggiando gravemente le esportazioni argentine e la produzione industriale era troppo debole per coprire le spese. Insomma, Perón fu una vera e propria canalla, come lo definì Borges. Il populista fu deposto nel 1955. Seguirono diversi governi di transizione, dei quali il più importante fu quello di Frondizi (1958-1962), che cercò di sviluppare in maniera particolare l’industria petrolchimica. Durante tutti gli anni ’60 il PIL crebbe costantemente, con una media del 3,5% annuo. Tuttavia, si registrò anche un aumento del debito pubblico, specie verso Francia, Inghilterra e Stati Uniti.

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Juan Domingo Perón con la moglie Evita nell’ottobre 1950

Dopo un secondo governo di Perón, nel 1976 un colpo di Stato portò al potere la Giunta Militare di Videla (1976-1981) e di Galtieri (1981-1983). La spesa pubblica eccessiva dei decenni precedenti aveva generato un’iperinflazione che fu combattuta dai militari con politiche di austerità. Questo non sortì in nessun modo gli effetti desiderati, lasciando l’inflazione invariata, ma causò un impoverimento della popolazione, un calo degli investimenti stranieri e la fuga di capitali.  Nel 1983 fu eletto Raúl Alfonsín che, con le sue scelte, unite a quelle del suo successore Ménem, causò le premesse per il crac del 2001. In breve, in seguito alla sua politica rigidamente deflazionistica, i consumi nel 1990 risultarono precisamente dimezzati rispetto a 15 anni prima. Nel 1989 fu eletto il peronista Carlos Ménem, un uomo delle lobbies. Seguendo pedissequamente le direttive del FMI, egli impose un cambio fisso col Dollaro americano 1:1, privatizzò le ultime industrie rimaste, oltre al petrolio, naturalmente, ed aumentò l’IVA del 6,5%. In cambio ottenne tre prestiti da 5 miliardi ciascuno. Inutile dire quanto furono disastrosi gli effetti per la popolazione. Il cambio fisso dimezzò ulteriormente le esportazioni, che furono praticamente annullate all’interno del Sud America a causa della svalutazione del Real brasiliano. Nel 1999 fu eletto De La Rua, che proseguì sulla linea delle politiche di Ménem, promettendo altra austerità in cambio di un prestito del FMI (ricorda qualcuno?). Il cambio fisso fu mantenuto fino a quando delle violente proteste di piazza, in seguito alla restrizione sui prelievi bancari, lo costrinsero alle dimissioni. Il neopresidente ad interim Puerta sganciò immediatamente il peso dal Dollaro e dichiarò l’insolvenza.

 “Il diario del saccheggio”, un documentario che racconta le politiche di rapina del Fondo Monetario Internazionale prima del 2001 

Ecco la caduta della disoccupazione.

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Tasso di disoccupazione in Argentina

E questa è l’inflazione, che è rimasta sotto controllo, almeno fino all’anno scorso.

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Tasso di inflazione dell’Argentina

Negli ultimi 15 anni l’Argentina ha trovato la forza di risollevarsi, ma non bisogna farsi illusioni: ormai il danno è stato fatto e un grande potenziale di sviluppo economico è andato in fumo. In attesa di giudicare l’operato di Macrì, non possiamo non restare indifferenti alla malinconia, sentimento tipico argentino, nel tango e nella milonga, e al rimpianto di ciò che questo meraviglioso paese sarebbe potuto essere e che non è stato.  Come al solito, l’FMI e la Banca Mondiale hanno dimostrato di non essere di alcun aiuto nella risoluzione delle crisi economico-finanziarie degli Stati sovrani. Queste istituzioni si sono mostrate prone al volere degli speculatori, che si sono appropriati delle risorse naturali di questo paese. È un meccanismo collaudato, e quello dell’Argentina è soltanto l’esempio più famoso. È successo con gli Stati centrafricani dopo la decolonizzazione e sta succedendo tuttora in Brasile, con il collaborazionismo del golpista Temer. La drammatica vicenda dell’Argentina dovrebbe essere ricordata e mostrata alle generazioni future come prova dell’assenza di scrupoli di una cinica finanza transnazionale che non ha esitato a ridurre un popolo alla fame pur di drenare le sue ricchezze.