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“La Vallonia affossa il CETA”, scrivono. “Saltato l’accordo tra UE e Canada”, strillano. Ma di che cosa si sta parlando esattamente? Procediamo per gradi. Negli ultimi tempi si è fortunatamente avuto modo di parlare del TTIP (Transatlantic Trade and Investment Partnership), un accordo volto a creare un unico blocco economico-commerciale fra Ue e Stati Uniti, cui obiettivo primario è quello di abbattere barriere tariffarie e non tra i due continenti. Le barriere tariffarie sono semplicemente dazi doganali (già purtroppo eccessivamente bassi), quelle non tariffarie sono invece assai più importanti, rappresentando degli standard minimi qualitativi che uno spropositato numero di prodotti, in numerosi settori, deve rispettare. Per intenderci, rientrano in questa categoria gli stringenti controlli cui vengono sottoposte merci particolarmente delicate, come i medicinali, gli alimenti, i prodotti agricoli, e molto altro. Le barriere non tariffarie allora difendono qualcosa, come la salute ad esempio, il cui valore va ben al di là di qualsiasi affare e scambio, e in quanto tali dovrebbero essere ritenute intoccabili anche se, purtroppo, non è così.

Paul Magnette, ministro-presidente della Vallonia spiega le ragioni che hanno spinto il Parlamento Vallone a respingere il CETA. 

“Ma il TTIP è morto!”, rassicurano, facendo riferimento ad un forte “NEIN” tedesco. Putroppo no, è ancora vivo; è stato soltanto messo da parte, in attesa di tempi migliori. Ad ogni modo le tempistiche per la sua forma definitiva sono fortunatamente lunghe, essendo il suo contenuto tuttora in fase di negoziazione. Già, il “contenuto”, quello stesso che in molti hanno accusato di eccessiva segretezza, essendone effettivamente vietata la consultazione ai più, eccezion fatta per i pochi incaricati della sua negoziazione: il Presidente degli Stati Uniti e gli sconosciuti commissari della Commissione Europea. Esiste però qualcosa di uguale al TTIP, anzi peggiore, perché è già da un pezzo che esiste il testo finale essendo state concluse le negoziazioni, ed è solo in attesa di essere firmato: Il Ceta, appunto. Se sul TTIP molto si è detto, anche di inesatto, sul CETA non è ammesso errore, essendo sufficiente leggerlo; lo potete trovare a questo link. Sì, esatto, si tratta di un “mattone” di circa 1600 pagine scritto in inglese burocratico e senza attenzione per le virgole, ma è una fatica che s’ha da fare. Teoricamente per essere firmato necessita della firma di tutti i potenziali Stati aderenti, che devono esaminare prima il testo tradotto nella propria lingua, ma ovviamente è cosa lontana dall’accadere. Ecco dunque un testo che in pochissimi leggeranno, a cominciare da chi dovrebbe essere il primo ad interessarsene: i parlamentari (molti dei quali hanno scarsa padronanza della lingua inglese). Ma non c’è bisogno di scomodarli, ci pensiamo noi in loro vece. Cominciamo dal primo quanto fondamentale articolo 1, in particolare al comma 4:

“le Parti con la presente stabiliscono un’area di libero commercio in conformità con l’articolo XXIV del GATT 1994 e dell’articolo V del GATS”.  

Ora, per dirlo brevemente, il GATT fu Il primo tentativo (riuscito) di creare una rete commerciale internazionale. L’accordo, risalente al 1947, aveva già allora come scopo principale la liberalizzazione del commercio globale. Il GATT , nella sua lunga attività, creò diverse norme volte a regolare il commercio dalle enormi ripercussioni socio economiche globali, sebbene la sua “organizzazione” non sia mai stata riconosciuta ufficialmente come tale nell’ambito del diritto internazionale e pertanto le nazioni firmatarie non rappresentassero “Paesi membri” bensì mere “parti contraenti”. L’obiettivo di liberalizzazione del GATT si tradusse in una furibonda lotta ai dazi doganali, tanto che in quarantanni sono state realizzate 45.000 concessioni doganali. Poi nel 1994 arrivò il WTO (World Trade Organisation); se Il GATT non poteva imporsi alle “parti in causa”, poiché non si trattava appunto di “stati membri”, il WTO obbliga invece tutti i membri ad applicare quanto previsto da ogni accordo in esso contenuto. Proprio il “contenuto” è estremamente esteso, e in esso troviamo anche il GATS, un accordo circa le regole del mercato dei servizi, volto a liberalizzare qualsiasi settore, inclusi quelli teoricamente di competenza statale e quindi pubblica, come ad esempio l’istruzione o la sanità.

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Dopo il TTIP, un nuovo cavallo di Troia.

La lunga parentesi serve a spiegare i padri “ignobili” del CETA, e sopratutto che suo scopo unico è quello di liberalizzare qualsiasi settore economico e produttivo, tra cui:  prodotti agricoli (già liberalizzati col WTO e all’interno di quel mercato unico che è l’Unione Europea) i servizi sanitari; il trasporto merci (via terra, mare ed aria); la circolazione delle persone e dei capitali; i servizi finanziari; le telecomunicazioni; l’eliminazione dei monopoli di stato (non sia mai che una nazione guadagni al posto di una multinazionale); la difesa della proprietà intellettuale; la riduzione dei diritti dei lavoratori; l’eliminazione delle protezioni ambientali; il commercio dei beni elettronici e molto, ma proprio molto altro. Questo, purtroppo, è ancora niente. Chi protestava contro il TTIP, infatti, sottolineava la pericolosità della clausola ISDS, a quanto pare contenuta nel trattato. Ma se per il TTIP vale il beneficio del dubbio, per il CETA vi è piena certezza, essendo previsto al suo interno, come può leggere chi ne ha il coraggio. Di cosa si tratta? Di un arbitrato internazionale, ossia un tribunale privato tramite il quale i privati, in special modo le multinazionali, attivi su determinati territori, potranno far valere le proprie ragioni nei confronti degli Stati competenti. Facciamo un esempio. Immaginiamo per un momento che il governo italiano decida che l’acqua non possa più essere un bene privatizzabile (sebbene nella realtà dei fatti stia accadendo l’esatto contrario). Con il ricorso alla clausola ISDS qualsiasi azienda nel business dell’acqua, attiva sul territorio italiano, potrebbe far valere le proprie ragioni. Come? Facendo appello a questo tribunale privato, grazie al quale la società potrebbe richiedere risarcimenti miliardari allo Stato. Insomma, ad aver ragione sarebbero gli interessi di privati che si sentono “discriminati” anziché una nazione che fa quanto ritiene sia giusto e doveroso per il benessere dei suoi cittadini. Impossibile? Eppure senza aspettare né il CETA né il TTIP questo processo già avviene. Una cosa simile infatti, che ha il nome di DSS, è contenuta nel WTO, che anche l’Italia ha firmato nel 1995, tanto che il nostro Stato è attualmente in causa con tre grosse aziende nel settore energetico. Non solo, una clausola simile era già prevista anche nel GATT, La prima volta venne utilizzata per risolvere una disputa fra Germania e Pakistan circa un trattato commerciale bilaterale; “grazie” all’arbitrato vennero incoraggiati gli “investimenti stranieri” (altro nome che sta per “debito”), con la scusa della protezione degli investitori dalla “discriminazione”. Correva l’anno 1959.

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Manifestazione contro il CETA a Bruxelles in settembre.

Soprattutto, ed ecco che arriva la solita immensa fregatura, anche senza TTIP le multinazionali americane riuscirebbero comunque ad arrivare in Europa tramite il CETA, sebbene si tratti di un accordo fra l’Ue ed il Canada. Sul territorio europeo operano circa 47.000 società americane, di cui circa 41.000 possiedono una succursale in Canada. Con un banale stratagemma le multinazionali possono trasferire parte della proprietà in queste filiali, così da potersi appellare di diritto, alla bisogna, perfino al tremendo tribunale privato previsto dal trattato. I valloni? Hanno ragione da vendere!