Le grandi narrazioni sono tramontate. Se ogni epoca è contraddistinta ed innervata da uno Zeitgeist, la nostra respira più che mai il disincanto della post-modernità, sfumata fra l’incapacità di comprendere il mondo e fornirvi un senso attraverso lo sguardo e il sentore che, forse, il nostro Zeitgeist è proprio non averne alcuno. Fra i tanti spunti storici che potrebbero essere assunti come causa dell’odierna amarezza la diffusione pervasiva e globalizzata della pratica monetaria, sospinta fino all’invasione di ogni spazio della vita individuale e sociale, ha indubbiamente le maggiori responsabilità in questo processo epocale; una significativa fra le tante è l’appiattimento del valore, il sale della relazione col mondo, che, se tradizionalmente si è sempre costituito in seno a pratiche comuni, è oggi quanto più coincidente con la misurazione stessa della moneta, che da mediatore di valori preesistenti, diventa la sola base per poterne riconoscere. Inoltre, l’economicità intrinseca al denaro, la cui flessibilità è una virtù che meglio consente di adempierne la funzione, tende a trascinare con sé tutti gli estremi di cui esso è intermediario. Come le transazioni immediate sublimano la propria efficienza trasfigurandosi totalmente nella virtualità, così tutti gli oggetti e gli individui del mondo devono allentare l’onere economico del proprio corpo per assumere la massima flessibilità e scimmiottare la messianica liquidità della moneta, modello ammirevole del baratto della propria fisicità con la leggerezza aritmetica.

Ciò è tanto più vero se l’autentico fine di ogni soggetto razionale è già la conduzione di tutte le transazioni profittevoli possibili. In queste particolari circostanze antropologiche, il denaro è davvero un mezzo sommamente mobile e divisibile che consente la migliore esplorazione di ogni margine di profitto esistente. L’affermazione di un mezzo con tali caratteristiche non spinge solo al ridirezionamento delle risorse, ma anche ad una complessiva mobilitazione di tutto ciò che è di principio acquistabile; e, in assenza di limiti normativi, nulla è di principio fuggente alla determinazione del prezzo. Non foss’altro che all’interno di tali risorse presenziano anche gli uomini, nella fattispecie lavoratori, a loro volta succubi della flessibilità che il tocco trasformante del denaro pretende; a tal proposito il sociologo Richard Sennett scrive: “oggi un giovane americano che abbia fatto almeno due anni di college può aspettarsi di cambiare lavoro almeno undici volte nel corso della propria carriera e di cambiare la propria base di competenze almeno tre volte durante lo stesso quarantennio”. Di fatto non c’è nulla di intrinsecamente dannoso nella flessibilità, la quale può rappresentare al contrario una risorsa di progresso sociale e culturale, ma, nel momento in cui essa è imposta coercitivamente da un mercato da cui non si può prescindere per la propria sopravvivenza, ecco che ogni prospettiva di apertura intellettuale avvizzisce nella sensazione di una stigmate inoppugnabile inflitta da un responsabile inafferrabile. D’altra parte, sarebbe difficile immaginare il contrario nel momento in cui il diktat economico è emanato dal contemporaneo mercato dei capitali, dove la trasferibilità immediata del denaro rende necessario potersi sempre liberare celermente di qualsiasi altro fattore di produzione stabile, quali i costi fissi, gli investimenti infrastrutturali, ai quali si impone la ben più seducente alternativa dell’outsourcing, e le spese salariali.

Secondo le premesse liberali, un simile scenario non comporta nulla di realmente inquietante, giacché consentirebbe, al contrario, molte più ricontrattazioni vantaggiose delle proprie condizioni di scambio. Ma all’agghiacciante piacere di tali congetture si contrappone l’eco cruda della realtà, che testimonia, invece, come l’incremento di frequenza nelle ricontrattazioni tenda naturalmente ad indebolire chi ha minor potere contrattuale. Negli anni ’80 gli Stati Uniti hanno assistito al temporaneo licenziamento di almeno 13 milioni di lavoratori a causa di ristrutturazioni aziendali, in seguito alle quali le condizioni salariali delle riassunzioni erano sempre peggiori. Un caso particolare, ma da assumere come archetipico: lo svantaggio del lavoratore prostituito al proprio salario, dal quale regolarmente dipende, è incommensurabile a quello dell’azienda che licenzia, che tendenzialmente proporrà una riassunzione a condizioni sempre più asimmetriche.

Distanziandosi dal versante puramente economico, questa destinale flessibilizzazione che pesa sugli abitanti della contemporaneità ne logora innumerevoli tratti, importanti a livello produttivo quanto umano, come l’identificazione con luoghi, contesti sociali e con la propria attività lavorativa. Mobilitarsi significa recidere legami od impedirne la cura, così come rinunciare in partenza alla possibilità di coltivarne di duraturi per la più impellente necessità della sopravvivenza; mobilitarsi significa altresì perdere interesse e sensibilità che non siano meramente turistici per i luoghi in cui si vive, senza auspicare interventi pubblici specifici o la garanzia di servizi che solo un indigeno può insofferentemente a reclamare; mobilitarsi significa, ancora, creare uno iato incolmabile fra vita e lavoro, un’alienazione che disgiunge le due dimensioni, privandole entrambe di senso autonomo e partecipazione.

L’assoluta sostituibilità di ogni individuo rispetto ad un sistema che vive grazie a tutti ma indipendentemente da ciascuno induce nelle vulnerabili coscienze cittadine di questo caos ordinato una disaffezione verso la vita stessa, spogliata di ogni rassicurante stabilità identitaria, di ogni ferma direzione “per affrontar del mondo la burrasca”, del grande assente che, anche in solitudine, è il destinatario d’ogni lacrima esistenziale: il senso. Entro gli innumerevoli effetti di un processo globalmente così destabilizzante ed alienante, quello forse più venefico è la disposizione a reazioni umorali ed irrazionali in questi manichini in una storia orfana di significato. Così alla deterritorializzazione si reagisce con ottuso nazionalismo, all’alienazione con un irrigidimento ingenuamente identitario; nel “doppio movimento” di un chiasmo politico, la Destra liberale diviene progressista e la Sinistra nostalgica si fa reazionaria rimpiangendo un’identità irrimediabilmente perduta. Allora, alla malsana contraddizione della contemporaneità incarnata nella depersonalizzazione dell’umanità, è l’Uomo nella sua determinazione morale cosciente l’unico slancio che possa fungere come leva impertinente per un superamento del manicheismo tradizionale, di ogni umana differenza sociale che solo il tempo ha lasciato come residuo. Sia la politica un solitario schiaffo trionfante sul non-senso; sia la sua lancinante nostalgia del futuro il recupero di una pratica imperniata sull’uomo e non sulla sua mancanza.