Il ministro dimissionario Varoufakis è stato descritto dalla stampa continentale ed internazionale come un abile conoscitore della teoria dei giochi. Ciò lo ha reso, di fronte agli occhi dei creditori e dei negoziatori, una figura subdola, capace di scelte individualiste non in linea con politiche di compromesso. Analizzando la politica economica europea attraverso i dettami della teoria dei giochi, invece, risulta che gli strumenti a disposizione dei policy maker conducano necessariamente le politiche nazionali verso giochi a somma negativa. La massimizzazione dell’utilità dei Paesi del Nord, infatti, è controbilanciata da una  pesante perdita dei Paesi del Sud. Questi meccanismi, evidenziati nel breve periodo, portano nel lungo periodo ad una perdita di utilità totale all’intero dell’area monetaria comune. Se infatti agli Stati del Sud non viene data possibilità di aggrapparsi ad un qualche volano economico, le partite correnti del Nord verranno inficiate, portando la Germania, come abilmente esposto dal Prof. Bagnai, a segare il ramo sul quale è seduta. Nonostante il principio cardine di solidarietà fra gli Stati membri, richiamato all’art. 80 del TFUE, si estenda anche all’aspetto finanziario, le politiche economiche attuate all’interno dell’area valutario preconizzano un gioco volto alla massimizzazione dei singoli Stati rifiutando principi cooperativi. La cooperazione, infatti, attenuerebbe la massimizzazione degli Stati del Nord allocando le risorse in modo più efficiente. La teoria dei giochi viene invece utilizzata per cristallizzare una situazione di crescente squilibrio.

Partiamo dagli strumenti di politica economica a disposizione di due Paesi ideali: la leva fiscale, la leva monetaria e la leva valutaria. I due Paesi in questione appartengono uno al Nord Europa ed uno alla periferia. Secondo i trattati, dovremmo depennare già uno strumento e mezzo: la leva valutaria, in un regime di cambi fissi, deve essere accantonata; quella monetaria, nel caso europeo, è sottoposta a regime di monopolio della Bce, che per statuto non può finanziare i debiti sovrani ma deve focalizzarsi soltanto sulla stabilità dei prezzi. Abbiamo visto poi, come il Q.E non abbia minimamente sfiorato gli squilibri dei Paesi periferici.  Alla faccia del whatever it takes. La leva fiscale, ergo, è l’unica consentita. I due giocatori, lo Stato del Sud e quello del Nord, possono agire soltanto con politiche fiscali espansive o restrittive. Ora, nel caso del Paese per Sud (la Grecia), questa politica non è sufficiente: il suo debito sovrano, in assenza di politica monetaria espansiva, è insostenibile. La situazione è quindi critica in partenza. Analizziamo quindi la politica fiscale in cambi fissi e le interazioni fra i due Paesi che ne derivano. Tenendo conto, come detto in precedenza, che  la politica fiscale non è affatto sufficiente da sola a risanare le sorti di un Paese. In cambi fissi, una politica fiscale espansiva comporta vantaggi sia per il Paese A che per il Paese B: il reddito aumenta producendo un effetto spill over sulle esportazione dell’altro Stato; parallelamente al reddito, anche i tassi di interesse subiranno un innalzamento, a causa dell’aumentare della domanda di moneta con un’offerta tenuta costante. Il tasso di interesse aumenterà maggiormente nel Paese periferico (quello che ha posto in essere l’espansione fiscale) rendendo de facto insanabile il differenziale (spread). La politica fiscale è legittimata proprio perché non inficia l’economia dei Paesi partner. Il giocatore periferico avrà vantaggi frenati dall’aumento del tasso di interesse, il giocatore del Nord avrà vantaggi sulle partite correnti. Ciò comporterà un’assenza totale di cooperazione che avrà sempre somma negativa: benefici solo per il Paese del Nord, benefici infimi per il Paese del Sud che nel medio periodo porteranno perdite per entrambi i giocatori. Se analizziamo la politica monetaria, ci renderemo subito conto del perché essa non sia contemplata nei trattati. La politica monetaria in cambi fissi è  notoriamente inefficace; se consideriamo però una situazione a due Paesi, con un tasso di interesse internazionale, le cose cambiano: l’aumento del reddito interesserà entrambi, il tasso di interesse internazionale scenderà rimanendo immune dalle dinamiche di aggiustamento. Questo sarebbe lo scenario se ad oggi la Bce si adoperasse in tal senso: un miglioramento maggiormente equilibrato per entrambi i giocatori, una riduzione del tasso di interesse che intaccherebbe le pretese dei creditori. La cooperazione paga.

Ancora più interessante è lo scenario di una politica monetaria espansiva adottata da un Pese periferico nel caso di uscita dall’euro: in cambi flessibili la politica monetaria espansiva è uno strumento che comporta benefici per Paese che lo adotta, ma che arreca danni ai Paesi partner. Infatti, nello scenario di una sua adozione, il tasso di cambio del Paese del Nord si apprezzerebbe, andando ad inficiare le sue esportazioni e quindi le sue partite correnti. Allo stesso tempo,il tasso di cambio del Paese periferico si deprezzerebbe, comportando un aumento delle sue esportazioni. In sintesi: una politica monetaria espansiva in cambi flessibili è inquadrabili nelle politiche di beggar-thy-neighbor. La teoria dei giochi, quindi, è applicata dai Pesi creditori e non da quelli debitori. Ciò comporta una conventio ad excludendum verso politiche che tendono all’ottimo paretiano ma che si distaccano dalla massimizzazione dell’utilità di un singolo Stato.