Il mercato del falso è un enorme problema dalla bassissima percezione, e se state pensando all’innocuo marocchino sotto casa che vende borse di lusso “taroccate” vi state sbagliando di grosso, perché la contraffazione arreca un danno continentale per oltre 560 miliardi di euro, una cifra enorme sottratta alle aziende in regola che tanto si affannano e investono per prodotti ricercati e di qualità, e che incide negativamente su fatturato e occupazione. Non solo, ad essere seriamente messa in pericolo è anche la nostra salute, giacché la gran parte dei prodotti contraffatti viene realizzata “senza seguire le principali norme di sicurezza”, magari utilizzando i metalli pesanti, semplicemente perché chi produce è interessato alla massimizzazione del profitto e, come ha sottolineato il direttore Antifrodi dell’Agenzia delle dogane Maurizio Montemagno, controlli e garanzie costano.

“Il 2,5% dei beni scambiati nel mondo e il 5% in Europa è falso”, parola di Claudio Bergondi, segretario generale di Indicam (istituto di centromarca per la lotta alla contraffazione), intervenuto ieri mattina alla tavola rotonda “Contraffazione e criminalità organizzata” indetta dai responsabili del progetto europeo “Stopfake”.

In tutto ciò viene spontaneo chiedersi, ma le istituzioni cosa fanno per far fronte a questi fenomeni? Perché se in Italia siamo all’avanguardia nella lotta al falso, lo stesso non può dirsi in Europa. Come ha infatti lamentato Montemagno esistono numerosi Paesi che addirittura nemmeno riconoscono la contraffazione come reato. A questo punto urge una seconda domanda, clamorosamente retorica: se voi foste degli “imprenditori” che producono delle riproduzioni illegali, e vorreste entrare nel mercato europeo, a quali nazioni vi rivolgereste? Chiaramente a quelle secondo cui illegali non siete, e da lì al resto del continente è un attimo, visto e considerato che l’Unione europea è un’area “di libero scambio”, ovvero con scarsi se non inesistenti controlli frontalieri. Quindi, a Bruxelles ci chiedono manovre correttive da 3 e passa miliardi perché “sgarriamo i conti”, e ancora ci minacciano con sanzioni perché non vogliamo produrre i nostri formaggi con latte in polvere, e intanto permettono a membri Ue di produrre e far circolare merci contraffatte per centinaia di miliardi. Perché?

Perché ancora una volta è chiara l’inefficienza insita nell’Unione stessa: Nazioni diverse, con economie diverse, storie diverse e popoli diversi non possono che avere interessi differenti, e delle regole uniche e uguali per tutti non sono certo la soluzione, anzi. Il concetto come sempre è chiaro, ognuno deve essere libero di perseguire i propri obiettivi, con l’unico esplicito limite che la propria libertà termina laddove inizia quella altrui. Tradotto: l’Italia è la seconda vittima al mondo della contraffazione, ed è quindi insieme agli Stati Uniti la più “copiata”, con enorme danno per numerosi comparti economici. E’ allora ovvio che interesse italiano sia tutelare i nostri numerosissimi prodotti di eccellenza e qualità da tutte le incredibili “sòle” che, dal “parmesan” al “parma ham”, minacciano le nostre imprese quanto la nostra salute; contemporaneamente è evidente che altre nazioni hanno di contro una scarsa produzione tipica certificata nazionale e lucrano sui “tarocchi”, e per quanto le autorità italiane siano le prime nella lotta alla contraffazione, hanno grosse difficoltà a controllare le frontiere, laddove quest’ultime dai trattati europei non sono di fatto previste.

E’ quindi ora che tutti coloro che credono nell’assioma “zero dazi=più esportazioni” si ricredano, poiché si tratta evidentemente -anche qui- di un falso. In un mercato privo di controlli, di barriere tariffarie (dazi) e non tariffarie (standard minimi qualitativi), e quindi in un mercato in cui “le merci circolano libere”, prodotti di pessima qualità si muovono assai facilmente, e ancor più facilmente arrivano nelle nostre case. Ora, anche pensare “ma il consumatore ha la libertà di scegliere cosa comprare”, e quindi di decidere da solo se consumare merce scadente anziché di qualità, è un errore grossolano. Come ricordato la qualità (e quindi le certificazioni, materie prime di ottima scelta e molto altro) ha un costo elevato, che giustamente si riflette sul prezzo finale del prodotto. Dall’altra parte da quando siamo entrati nell’euro il manifatturiero italiano è calato di un terzo e la produzione di un quarto, le imprese chiudono centinaia al giorno e la disoccupazione giovanile è praticamente al 50%. Le politiche di austerità imposte da Monti prima e da Letta poi (aumento pressione fiscale, taglio alla spesa pubblica, privatizzazioni), e ancora le misure di precariato introdotte con Jobs act di Renzi hanno fatto il resto: se non hai soldi non ti puoi permettere la qualità, e sei costretto a consumare il pattume offerto per pochi spicci dalla grande distribuzione multinazionale, togliendo ulteriori clienti alle imprese italiane che con sempre maggiore difficoltà riescono ad andare avanti, innescando un ciclo senza fine. Non è un caso che proprio pochi giorni fa l’Istat riportava la notizia secondo cui nel 2016 sono aumentati gli investimenti (stranieri) a fronte di una sempre minore spesa per consumi da parte delle famiglie italiane.

Tra i settori più colpiti dalla “falsificazione” vi è sicuramente l’agroalimentare, con notevoli incidenze negative su fatturato e volume delle vendite, motivo per cui a questo punto risulta inevitabile chiamare in causa il ministro dell’Agricoltura Maurizio Martina. Proprio Martina la scorsa settimana, a proposito della PAC (Politica agricola comune) ha detto: “deve esprimere potenzialità nella logica dell’aderenza ai territori delle diverse agricolture europee”. Tra i principali problemi della Pac vi è infatti l’allocazione delle risorse basata sull’“utilizzo della superficie agricola”, una chiave di ripartizione che lo stesso ministro ha definito “un criterio inadeguato”. Tale logica infatti è “troppo limitante per gli italiani, che sono i migliori produttori in termini di valore aggiunto per ettaro”. La direzione da seguire è allora quella dell’aderenza ai territori, sulla base delle distinte agricolture europee, di modo da “sostenere gli imprenditori agricoli secondo obiettivi chiari e specifici, in particolare per quegli agricoltori che lavorano in condizioni di svantaggio”.

A questo proposito non vi è nulla da obiettare, anzi, il dicastero delle politiche Agricole si è speso ultimamente per ottenere l’obbligo di indicazione in etichetta del Paese di origine sia delle materie prime che del territorio di lavorazione, un provvedimento in fase di sperimentazione per il settore lattiero caseario e del grano. Anche adesso però, torna l’insistente dubbio: visto e considerato che la nostra agricoltura -manco a dirlo, d’eccellenza- richiede una particolare protezione, è forse saggio rimanere agganciati ai vincoli europei? Perché come già evidenziato, quel che vale per le altre merci vale anche e a maggior ragione per l’agricoltura: ogni nazione sa, essa sola, cosa è bene per tutelare il proprio popolo, il suo benessere e il suo lavoro, e lo Stato deve essere il meccanismo a guardia di questi principi fondamentali. Per far ciò, uno Stato deve essere sovrano, libero di decidere le proprie politiche, siano esse monetarie, fiscali, sociali, economiche o culturali. L’Unione europea è soltanto un tassello ulteriore, un “blocco burocratico” aggiuntivo, che ovviamente mina alla base le libertà delle singole nazioni, inutilmente e ingiustamente equiparate le une alle altre, con più pesi e più misure, perché la parificazione è la vera discriminazione, andando a vanificare gli obiettivi e le necessità di ognuno. E’ ora di farla finita con l’Europa “a due velocità”, o “i più euro” o tutta quell’infinita serie di nefandezze suggerite dai politici di turno: l’Unione europea non è sacra ed inviolabile, non è infallibile e non porta felicità e benessere, anche se purtroppo è riuscita fin troppo bene nel far credere il contrario. Essa non è né può essere infinita, ed è anzi il più grande dei pericoli per i popoli europei; i risultati li stiamo subendo sulla nostra pelle.

Ci vuole più Europa? Proprio no.