Gli Americani sono sempre stati dei cowboys, quelli del “prima sparo, poi chiedo”. Sebbene l’era del Far West sia – con le dovute eccezioni- da tempo conclusa, la fretta e l’arroganza d’Oltreoceano non son mai venute meno. Il riferimento va al fast track, una manovra che fortunatamente il Congresso di Washington non ha voluto discutere e che avrebbe altrimenti lasciato carta bianca al suo abbronzato Presidente in merito al TPP (trattato Trans-Pacifico). Quest’ultimo è un patto da anni in fase di trattativa “democraticamente” segreta (!) tra gli Stati Uniti e numerosi Paesi dell’area pacifica ed asiatica, dal Canada a Singapore, dal Perù al Vietnam passando per tanti altri, il cui obiettivo ultimo sarebbe quello di porre in essere un’area di libero scambio corrispondente al 40% del Pil mondiale.

Diverse ancora le lacune del testo, essendosi enormemente dilungato il tempo di trattativa per le numerose critiche ricevute sul piano della proprietà intellettuale, della sanità ed altri settori; falle scoperte esclusivamente grazie a documenti trafugati pochi anni fa da Wikileaks. Questo TPP sarebbe infatti di solo vantaggio per le multinazionali. Dato il prolungamento dei negoziati, Obama (e soprattutto si nasconde dietro di lui) ha caldeggiato un strumento giuridico per velocizzare la conclusione del Patto, il citato fast track che, se approvato, darà al Presidente la possibilità di decidere a piene mani delle clausole del TPP, per poi presentare soltanto il documento finale al Congresso. Fortunatamente, diversi “coloniali” hanno conservato sprazzi di senno e barlume e si stanno opponendo.

Purtroppo, però, Barak non demorde e tenterà di nuovo. Proseguono infatti altre contrattazioni riguardo all’ormai famigerato TTIP, ossia un altro free trade agreement sul versante oceanico opposto, quello atlantico, tra America ed Unione Europea. Se dovesse passare sarebbe la fine per le nostre imprese, la nostra sicurezza alimentare, sanitaria e qualitativa in generale, con la creazione di un unico mercato di libero scambio (privo perciò di dazi doganali e di barriere non tariffarie) pari stavolta al 60% del Pil mondiale, dove le sopracitate multinazionali avrebbero gioco forza anche in servizi fondamentali –e nazionali- come la sicurezza, l’educazione, la cultura e l’ambiente. Oltre a ciò, sola fava per due colombi, il patto trancerebbe ogni rapporto tra la vecchia Europa e la Russia di Putin, assestando quindi un colpo micidiale alle casse ex sovietiche ed uno fatale all’Europa stessa, chiusa nella morsa americana da una parte e privata di preziose risorse energetiche dall’altra, già limitate per via di pesanti sanzioni (ancora una volta di stampo americano, guarda un po’).

Ma i rapaci Stati Uniti non si fermano qui, giacché un enorme pericolo potrebbe essere il CETA (Comprehensive Economic and Trade Agreement), accordo di simili contenuti del TTIP, solo che siglato fra U.S.A e Canada, che, ahinoi, entrerà in vigore del 2016. Ahinoi giacchè potrebbe essere approvato dal Parlamento Europeo, cosa che rappresenterebbe di per sé un pericolosissimo precedente per il trattato transatlantico. Tra gli archetipi di questi cancri liberisti e patti del diavolo certamente l’Alca, ossia la “zona di libero scambio delle Americhe”, che avrebbe dovuto portare alla creazione della solita area assolutamente priva di regole e controllo eliminando ogni barriera fra tutte le nazioni d’America, dall’Alaska all’Argentina eccezion fatta per Cuba. L’obiettivo rimane sempre il medesimo, che come evidente gli intessitori finanziari non smettono di intrecciare e comporre trame mostruosamente oscure, nel tentativo a volte più vicino altre più distante di fare di tutto il pianeta un unico, immenso mercato, dove pochi magnati privi di nazione ingrassano vedendo ingigantire le fila di miserandi umanoidi resi sempre più loro schiavi. Non possiamo permetterlo.