“La lancetta dei secondi                                                                                                                                                                                                                                                    percorrerà il quadrante,                                                                                                                                                                                                                                                    tutto sarà rinchiuso in un istante …                                                                                                                                                                                                                                  e sarà possibile forse                                                                                                                                                                                                                                                          vivere, dopo essere morti”

(José Gostoriz)

L’ora delle decisioni irrevocabili per la Grecia si sta avvicinando. Siamo davvero alle ultime battute.  La settimana in corso determinerà, fuori dal territorio balcanico, il destino della Grecia stessa. Paradosso? Uno dei tanti. La fuga dei depositi è già scattata e ha raggiunto la scorsa settimana la modica cifra di 5 miliardi di euro. A questo punto si prospettano tre scenari possibili: o Tsipras e Varoufakis trovano un accordo con i creditori, vale a dire con le istituzioni economiche che detengono nelle loro mani il debito greco (in primis Fondo Monetario Internazionale) e nel qual caso, si tirerebbe a campare con ulteriori riforme (vedi i richiesti 4,5 miliardi di tagli) e che non permetterebbero di portare fuori dalle secche il paese, oppure, in alternativa le prospettive sono due: immediata fuoriuscita dall’euro-zona, con un ritorno alla dracma o, come opzione alterna, blocco dei capitali. Il primo dei due è lo scenario che fa più paura alla Banca Centrale Ellenica la quale si farebbe direttamente carico della stampa di ingenti volumi di banconote che inflazionerebbero pesantemente l’economia. Anche se una grave e consistente inflazione avrebbe effetti meno che proporzionali rispetto alla svalutazione: molto probabilmente non vi sarebbe un rapporto 1 a 1 tra le due, la svalutazione sarebbe comunque maggiore rispetto al livello dei prezzi. L’aspetto più difficile da sostenere per la Grecia sarebbe la ridenominazione in dracme di tutti i contratti oggi vigenti in euro: è inutile che ci giriamo attorno, farebbe male…molto male perché correlati a questi problemi legali vi sarebbe l’effetto del deprezzamento della propria valuta. La descrizione appena offerta di come sarebbe la situazione una volta usciti dall’Euro, sottolinea gli effetti di breve periodo. Veniamo al secondo scenario che è invece il blocco dei capitali, ma rimanendo formalmente dentro all’Euro-zona. Il precedente storico è il caso di Cipro nel 2013. Con ogni probabilità salterebbe il governo e si andrebbe a nuove elezioni, in questo modo Atene rimarrebbe in una condizione di sospensione nella quale, senza afflusso di investimenti, dovrà quando sarà con l’acqua alla gola, risedersi al tavolo dei creditori. In una posizione ancora più svantaggiata.

I costi in tutte e tre le situazioni sono tanti e dolorosi sul piano economico. Ma il secondo, l’uscita dalla moneta unica, garantirebbe migliori margini di libertà e di democrazia. Sembra un paradosso? Eppure non lo è. La Grecia deve tornare a decidere del proprio destino, del destino dei suoi prezzi, del suo tasso di cambio e anche di cosa vuole fare da grande. La Grecia nella sua storia ha già sperimentato una giunta militare, quella dei Colonnelli, è per questo che non dovrebbe sottostare ai diktat della contro-parte che in 4 anni ha mandato ulteriormente in recessione il paese. Dal punto di vista del creditore è tuttavia vero che la Grecia non ha una crisi di liquidità, ma è insolvente e quindi secondo la teoria economica non dovrebbero essere elargiti prestiti ad un paese insolvente. Ma Tsipras non ha ottenuto il punto numero uno del suo programma e per il quale il popolo greco lo ha votato: una rimodulazione del debito pubblico greco, e senza una ristrutturazione del debito pubblico, la Grecia non va da nessuna parte sia che vi sia Tsipras, sia che vi sia la signora Merkel, sia che vi sia Pinochet. Quindi? Quindi la Grecia potrebbe considerare come male minore quello di uscire dall’euro-zona perché non ci sono anche dopo i sacrifici richiesti in questi anni, le condizioni per restarvi.

Fuori dall’euro c’è la notte, il buio, la recessione di Weimar, l’insostenibile leggerezza di una dracma che non varrebbe nulla? Prima di tutto se dentro a questa Europa le intese non si trovano e se la liquidità per i greci scade lunedì, fuori abbiamo una Russia che pur in tutte le sue facezie dalla crisi del rublo fino alle sanzioni, è pur sempre riuscita a ottimizzare un’ intesa sul gasdotto proprio con il Governo di Tsipras. Segno che l’opera di ricucitura con determinati partner, Putin ha già iniziato a farla. E non è un caso che contemporaneamente all’annuncio della soppressione di South Stream il leader russo abbia poi messo in moto il progetto di un nuovo gasdotto che arrivi in Grecia. Diciamolo chiaramente e con il realismo che connota da sempre la politica: Putin in questo momento è avanti dieci mosse rispetto ai partner europei; la realizzazione di questo nuovo progetto prima di tutto mette fuori gioco l’Ucraina, annullando di fatto la necessità di un transito del gas da Kiev, in secondo luogo l’accordo energetico con Tsipras avvicina una parte dell’Europa- per il momento diciamo solo la Grecia- all’area del rublo russo. Vi potrebbe essere in termini più generali il tentativo in questa operazione di spaccare ulteriormente i paesi del Sud Europa da quelli del Nord, che non hanno necessità di un gasdotto che rafforzi l’Euro-zona “minore” quella del Sud, visto e considerato che la Germania ha le sue provvigioni dal gasdotto Nord Stream e non avrebbe nessun interesse alla realizzazione di questo nuovo progetto energetico. La Federazione Russa è consapevole di quello che sta facendo e sa a che gioco sta giocando. Viceversa, l’Unione Europea si muove in modo miope, confuso e profondamente divisivo: quando la Commissione Europea dichiara che “i gasdotti che già esistono sono più che sufficienti” ecco che non vi è più alcuna possibilità di recupero: la convenienza di taluni paesi non coincide e, anzi, è opposta alle necessità di altre nazioni perché per alcuni stati non si tratta di mera convenienza, ma di “necessità”, di sopravvivenza”. Evidentemente, la lungimiranza che non è appartenuta propriamente agli Europei nel XX secolo è una dote che alcuni di noi non sono riusciti a incamerare.