Una delle basi della teoria finanziaria è l’ipotesi di non arbitraggio: non è possibile fare profitti illimitati con un capitale limitato senza correre alcun rischio. Questo vale per l’azione della piccola PincoPallino S.p.a. così come per il titolo di Stato di una nazione economicamente sviluppata. Il contratto finanziario si fonda su due parti contraenti, una delle quali possiede il titolo e la promessa di ricevere il suo capitale investito maggiorato dagli interessi a scadenza, l’altra che riceve immediatamente il capitale di cui bisognava e che dovrà restituire la somma (maggiorata) all’investitore. Non è scontato che sia così. L’investitore acquista un titolo incentivato dalla presenza di interessi, una ricchezza maturata con passare del tempo. Ma cosa sono realmente gli interessi? Essi prezzano il rischio di non rivedere mai più i propri soldi, la possibilità che l’altro contraente diventi inadempiente. Gli interessi sono ciò che dovrebbe far urlare “ne è valsa la pena!”, sono il risarcimento del rischio che ci si è presi nell’acquistare un dato titolo. Maggiori sono gli interessi, maggiore è il rischio, ovvero la ricompensa che il bisognoso di capitale è disposto a trasferire.

Negli ultimi anni il primato della finanza sulla politica ha in un certo senso sovvertito il principio di non arbitraggio. Un titolo di Stato argentino con tassi alle stelle o più recentemente un titolo di Stato greco con spread a quattro cifre deve essere obbligatoriamente onorato, qualsiasi sia la condizione degli Stati, qualsiasi siano le conseguenze che coinvolgeranno la popolazione. Ciò non è necessariamente vero: gli investitori sono consapevoli del rischio che corrono nell’acquistare titoli di debito a tassi elevati. Esiste la possibilità che uno Stato non economicamente sovrano (leggasi Grecia) non sia in grado di adempiere alla promessa di pagamento ed è evidente a coloro che vivono di finanza, professionisti che non conoscono l’ingenuità. Ignorare volontariamente la sostenibilità del prodotto finanziario che si va acquistando nel mondo globalizzato del 2016, dove ogni informazione è a portata di click, è un atteggiamento che si formalizza nell’azzardo morale. Si compie un “moral hazard” nel momento in cui si attuano operazioni eccessivamente rischiose incentivati da una sufficiente probabilità che i costi sovvenienti in caso di esito negativo ricadano principalmente sulla collettività o su altri investitori. Il fatto è che ormai l’azzardo morale è stato legittimato e i titoli garantiti ad ogni costo: i grandi investitori possono approfittare di alti tassi con la consapevolezza del fatto che i grandi organi internazionali si adopreranno per garantire un profitto, qualsiasi sia il prezzo che i cittadini debbano pagare.

Ci si trova di fronte ad una concezione distorta della realtà finanziaria, dove la priorità è relegata alle sacre stanze della finanza, regina sovrana nel mondo moderno, in cui le attività economiche materiali sono costrette a sottostare ad una congiuntura imposta dall’esterno, in maniera totalmente indipendente dai fondamentali. Tale visione da abuso di sostanze stupefacenti rende i grandi investitori sostanzialmente onnipotenti: investono anche ad alto rischio con la sicurezza che nel peggiore dei casi la marea non li toccherà in alcun modo. Se queste sono le nuove basi del mondo, le fondamenta del futuro, ci attendono tempi senz’altro complicati e imprevedibili, a bordo di un sistema inaffidabile destinato a crollare; a furia di comprimere l’economia reale e l’attività umana materiale, quella che produce beni di consumo, si giungerà al capolinea dell’era capitalista come oggi la intendiamo.