Alla fine è arrivata Brexit. L’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea, a lungo paventata e scongiurata, si è abbattuta come un temporale sui già fragilissimi equilibri del Vecchio Continente. Lo scontro tra le due fazioni in lotta, Leave contro Remain, si è infiammato soprattutto negli ultimi giorni di campagna elettorale, quando l’assassinio della laburista Jo Cox ha fatto vacillare le ragioni di entrambe le parti. L’omidicio della deputata britannica non è bastato per convincere i molti indecisi a schierarsi per restare nell’Unione. Il Leave è riuscito ad affermarsi con un risultato storico, scavalcando gli spauracchi e gli ammonimenti di una burocrazia europea che non è mai sembrata così poco convincente. Il 52% di voti a favore della Brexit ha spiazzato analisti e commentatori, dimostrando una volta di più la scarsa capacità previsionale degli studiosi e dei mezzi di informazione. Le dichiarazioni di autocritica da parte dell’intellighenzia europeista si contano sulle dita di una mano: prevale invece il senso generalizzato di disgusto per un popolo considerato nazionalista, razzista e incolto, per gli “ignoranti di destra” che hanno condannato il proprio paese alla rovina, incapaci di apprezzare le infinite meraviglie dell’Europa unita (come se si trattasse di musica classica o di un vino d’annata).

Ad ogni modo, Brexit vince ma solo di misura: ciò che resta dopo il voto del 23 giugno sono le macerie di un Paese spaccato a metà, tra unionisti e separatisti, mentre le altre nazioni europee si guardano attorno imapurite e disorientate, in cerca di un appiglio sicuro cui ancorare le vecchie certezze di sempre, dopo che il terremoto le ha travolte. Grande è la confusione sotto il cielo. Cameron dimettendosi ha chiuso la sua carriera da premier, ma si è risparmiato l’impresa estrema di ricucire uno strappo profondo nel tessuto sociale britannico. I leader del Leave non sembrano rendersene ben conto: forse nemmeno loro sono del tutto consapevoli di ciò che li aspetta. Ma toccherà proprio ai Johnson, ai Farage, ai Gove, traghettare un paese diviso verso l’approdo felice che hanno promesso ai loro elettori.

Il quadro è molto più compesso di come viene presentato nella narrazione urticante della stampa e dei telegiornali. Al solito, viene dipinta a tinte chiaroscurali la contrapposizione generazionale tra giovani (europeisti e immersi nella contemporaneità) e i vecchi (nostalgici e retrivi al cambiamento). La stessa insopportabile retorica che ha accompagnato in Italia l’approvazione del Jobs Act: ecco che gli adulti diventano i garantiti e privilegiati, quelli fortunati per essere cresciuti in un periodo di relativo benessere, mentre i ventenni disoccupati di oggi, novelli Enea loro malgrado, devono sostenere il peso dei padri. Le ingiustizie perpetrate a danno dei giovani sono la giustificazione per cancellare i diritti dei loro genitori. In questa partita truccata l’unico che vince, barando, è il banco (anzi la banca). Tutti gli altri restano a bocca asciutta, sedotti e abbandonati. La situazione si è riprodotta negli stessi termini con la riforma del sistema pensionistico: da una parte i giovani che una pensione non la vedranno mai, dall’altra gli anziani che gravano sul sistema contributivo nazionale. E ancora: a fronte di un’Italia dinamica e scattante che vuole lasciarsi alle spalle gli anni dell’immobilismo, esisterebbe un nucleo di canuti ‘professoroni’ che non sanno immaginare il futuro, e che sono pertanto responsabili di tenere in ostaggio le generazioni di domani.

Questa logica del “divide et impera” viene introdotta adesso per spiegare la Brexit. L’argomento si arricchisce poi di alcune varianti geografiche, come quella che vede su fronti opposti la città cosmopolita e multiculturale e la campagna bianca e xenofoba. In tale ottica, Brexit diventa la vittoria del conservatorismo ottuso sulla modernità scintillate della swinging London. I villaggi contro le metropoli, le periferie contro le città.

La verità è che l’Unione europea, fino ad oggi al sevizio ossequioso della finanza internazionale, è diventata il bersaglio di un malessere sociale sempre più diffuso. Molti cittadini britannici hanno preso atto, con rabbia crescente, di non contare più nulla nell’Europa dei banchieri e dei burocrati. Il voto per il Leave, per quanto ci si ostini a volerlo dipingere come xenofobo e isolazionista, è una risposta decisa e inequivocabile alle rovinose politiche degli anni anni della crisi: al taglio della spesa sociale, al continuo aumento dell’imposizione fiscale, ai tentennamenti sull’emergenza migratoria. E’ un rifiuto delle politiche economiche del governo Cameron e dei dettami europei che le hanno ispirate. Sono parole ben dette quelle di Cesare Damiano, presidente della Commissione Lavoro alla Camera, che parla di scomparsa del ceto medio e crescente proletarizzazione: “L’uscita della Gran Bretagna dall’Europa è l’ultimo regalo velenoso di oltre trent’anni di liberismo politico, economico e sociale. Lo stesso che, dopo averci trascinato nella più grave crisi economica mai vissuta in occidente, pretende ancora di dettare la regola del cieco rigore di bilancio ai Paesi europei. Libertà di licenziamento e abbattimento dello Stato sociale sono state le linee-guida delle politiche dell’Europa, anche imposte al nostro Paese”.

Il cataclisma Brexit è il tragico effetto dell’indifferenza liberista, che rincorre il profitto ad ogni costo e si volta dall’altra parte quando incontra le ingiustizie (non a caso, quasi tutta la City era schierata per il Remain). Giunti a questo punto, è ormai evidente a chiunque quanto drammatiche possano essere le conseguenze di una politica delle disuguaglianze.

London calling to the faraway towns, ora la guerra è dichiarata e la battaglia sta per iniziare.