La diminuzione del Pil giapponese per ben due trimestri consecutivi non può non godere di una chiassosa risonanza per i fini uditi degli analisti finanziari. Il segno negativo davanti la produzione finale nipponica è indice generale di sconforto: ancora una volta le previsioni economiche- ammesso e concesso che tale campo ammetta previsioni- sono risultate errate. Della crescita del 2,2%, infatti, non si è vista ombra. Il Prodotto interno lordo relativo all’ultimo trimestre ha registrato una variazione tendenziale in negativo dell’1,6%. Le conseguenze non sono tardate a presentarsi nei mercati finanziari: la borsa di Tokyo è crollata del 3% ed il prezzo mondiale del greggio è destinato ulteriormente a scendere (a fronte del calo della domanda). Ma cos’è andato storto nell’abenomics?

La politica economica del Premier giapponese, forgiata su tre cardini fondamentali (politica monetaria, politica fiscale e crescita economica) non sta dando i risultati sperati. Parallelamente alle perpetue politiche di alleggerimento quantitativo della Bank of Japan, Shinzo Abe ha introdotto un deprezzamento dello Yen ( con relativo aumento iniziale delle esportazioni del 12% nel 2013) ed i tanto in voga tassi di interesse negativi per disincentivare il risparmio. Con l’incremento della tassa sui consumi, però, la risposta economica non è stata quella desiderata. Forte della ricetta Clinton-Greenspan (politica fiscale restrittiva supportata da una politica monetaria espansiva), il Primo Ministro pensava di scongiurare l’aumento dell’Iva dal 5% all’8% con il solito ausilio della Banca centrale. Così non è stato. I giapponesi hanno risposto con una forte contrazione dei consumi e le esportazioni, da sole, non sono state in grado di sorreggere l’intera economia del Paese. Il peso di quest’ultime sul Pil nelle ultime stime è stato infatti marginale: appena lo 0,1%.

La strumentalizzazione della crisi giapponese quale crisi basata su un rapporto debito pubblico/Pil superiore al 200%, sul deficit che si attesta all’11,5% e sulle continue politiche monetarie espansive, appare fuorviante. A portare avanti tali critiche saranno infatti coloro che , tuttora, credono nella relazione di proporzionalità diretta fra la politica monetaria espansiva e l’aumento dell’inflazione. Oh, nostalgici di Weimar! Peccato che il Giappone – come l’eurozona- faccia fatica a raggiungere un tasso di inflazione salubre ( che rifletta un’economia in crescita) e viva con il perenne spettro del suo problema opposto, la deflazione.
Ciò che non ha funzionato nell’abenocomics non è stato l’utilizzo ripetuto del quantitative easing, bensì il limitarsi alla leva monetaria per stimolare la crescita, poichè l’aumento dell’1,5% della spesa pubblica non è stato scevro dal contraccolpo fiscale. Le politiche espansive della Banca centrale non sono state negative, ma notoriamente esse non costituiscono- nel medio periodo- la panacea, tenendo conto delle dinamiche di aggiustamento. La vera problematica giapponese risiede nel mercato del lavoro profondamente sclerotico, con abissali differenze fra gli occupati assunti durante il boom degli anni 80′ ed i giovani. Il 20% della popolazione giapponese con un’età compresa fra i 25 e i 34 anni vive nella non solo italica incertezza del precariato. Nel ranking sull’occupazione femminile il Giappone è alla 101° posizione su 135 Stati presi in considerazione. Le elezioni anticipate indette per il 14 dicembre fungeranno da vero e proprio referendum popolare sulla sorte di Abe. Intanto l’ulteriore aumento dell’Iva al 10% slitterà ad aprile 2017. Tale incremento sarebbe stato insostenibile nel brevissimo periodo. Soprattutto se si tratta di un periodo elettorale.