di Niccolò Bargagli 

Quella del Monte dei Paschi di Siena non è una storia come le altre, è una storia fatta di gloria e di vergogna, di successi e scandali. La banca senese, la più antica al mondo ancora in attività, ha sostentato per anni il tessuto sociale della città in cui è nata, essendone faro e riparo, ma si trova ora in una situazione veramente difficile i cui orizzonti non sono certo rosei. Dopo secoli di buona e lenta crescita, la banca senese sale agli onori della cronaca verso la fine degli anni Novanta quando, dopo due decenni di crescita davvero sostenuta, iniziano a verificarsi i primi cambiamenti: avviene prima la scissione tra banca e fondazione, che finirà completamente nelle mani della peggior politica locale e nazionale, e poi l’allargamento a livello italiano con l’acquisizione della Banca del Salento. Quest’ultima, avvenuta il 23 Dicembre 2002, si rivelò poi del tutto sbagliata in quanto la banca senese con quell’operazione si trovò a sostenere costi troppo elevati (la banca salentina fu addirittura pagata 2,5 miliardi) e ad incorporare un istituto già in sofferenza fattori che la costrinsero nel 2003 a sottoscrivere due derivati con Lehman Brothers e Credit Suisse. In questa vicenda va anche sottolineato che dalla banca pugliese giunsero a Siena De Bustis, molto vicino a D’Alema, e Baldassarri, poi coinvolto nello scandalo della “Banda del 5%”. Ma questo è solo un antipasto.

Nel 2006 infatti Giuseppe Mussari, legatissimo anch’egli a D’Alema, viene eletto presidente della banca, ruolo ritenuto da molti ed anche da lui stesso a lui inadatto (è infatti laureato in Giurisprudenza). Solo un anno dopo, a Novembre 2007, avviene il famigerato acquisto da parte di Mps di Banca Antonveneta, decisione che si rivelerà poi funesta e che ha portato la banca, insieme ad altri fattori, alla situazione attuale. Antonveneta era infatti stata acquistata poche settimane prima da Santander per 6,6 miliardi ed ora veniva invece rivenduta dagli spagnoli per 9 miliardi. Com’è possibile che in qualche settimana il suo prezzo sia aumentato del 36%? Chi acquisterebbe mai una qualunque merce con un sovrapprezzo di tali dimensioni rispetto al suo valore? A quasi dieci anni di distanza l’operazione Antonveneta rimane incomprensibile, ma non è tutto: l’acquisizione fu infatti effettuata senza una due diligence, ovvero senza l’attività di controllo minuzioso della contabilità della banca acquisenda da parte di un gruppo facente parte della banca che effettua l’acquisizione, scelta pericolosissima e della quale è molto difficile intravedere il senso.

Mps si trova quindi in pancia prima la Banca del Salento, poi rinominata “Banca 121”, e poi Banca Antonveneta, istituti le cui condizioni finanziare non erano certo positive e per i quali sono state spese cifre fuori dall’ordinario. I problemi iniziano a essere evidenti dal 2011 quando la banca chiude l’anno con una perdita netta di 4,69 miliardi di euro, una cifra abnorme considerando le dimensioni dell’istituto. Giuseppe Mussari nonostante gli evidenti errori è stato intanto nominato presidente dell’Abi, e nel 2012, con il titolo in borsa sceso dell’84% in 5 anni (considerando gli aumenti di capitale), viene deciso di cambiare il management, ormai privo di ogni credibilità, e al posto di Mussari arriva da Unicredit, dopo una liquidazione di 38 milioni, Alessandro Profumo, vicino anch’egli al Pd.

La gestione profumo dura 3 anni nei quali la banca perde un ulteriore 66% del valore azionario che va ad aggiungersi a quello già perso dalla gestione Mussari. Al termine di questi tre anni la banca si trova con 24 miliardi di crediti deteriorati, una cifra impressionante considerando il valore attuale della banca di 2 miliardi, ma ha, a onor del vero, un utile pari a 93 milioni di euro. Nel 2015 la presidenza passa nelle mani di Massimo Tononi (legato invece a Prodi nel cui governo è stato sottosegretario all’economia) che eredita una situazione non semplice.

In tutti questi anni vi è un dato fondamentale al quale non si è ancora fatto riferimento: il territorio senese, che tramite la Fondazione MPS possedeva il 100% della Banca a inizio anni 2000 arriva a Giugno 2016 con l’1,5%. I molteplici aumenti di capitale, ai quali la Fondazione, succube di direttive politiche, non si è minimamente opposta, hanno infatti avuto un effetto devastante per un territorio che è passato dal vivere grazie alla banca che si era costruito nel corso di cinque secoli ad una situazione di precarietà cronica. Un fulgido esempio di banca legata al territorio e al supporto dell’economia reale cittadina, a causa delle peggiori ingerenze politiche, è finita nelle mani della finanza internazionale, si è trasformata in una public company ed appartiene ora per la gran parte ai fondi di investimento più disparati tra i quali Blackrock e in minima parte allo stato cinese. Mps si trova quindi in una situazione precaria e vive nell’attesa di una possibile fusione, forse con UBI che porterà definitivamente alla fine del sogno della grande banca legata al suo territorio.