All’armoniosa autonomia della vita di un organismo, l’esistenza nel mondo oppone sempre l’accidentalità dell’incancrimento di una propria parte, capace, pur nella solitudine, di donare la morte all’insieme di cui partecipa. La corruzione, a livello sistemico, è esattamente questa rapprensione mefitica del sangue nel limpido scorrere di una linfa organica. Antropologicamente, essa è un trapassamento deforme da un regime di rapporti di dono, ove gli scambi sono personalistici, fiduciari e ricorrenti, ad uno di carattere monetario, impersonale ed occasionale, che sostituisce integralmente la forma preesistente, pur conservando con fattezze grottesche i tratti somatici della soggettività. All’interno della cornice liberale, ovviamente, quest’analisi della corruzione come residuo italico delle strette di mano è assente, e l’illecito viene, invece, collocato nell’oziosa dimensione delle “infrazioni efficienti”, che, attraverso la propria insistente regolarità, quasi fossero uno storicistico Don Chisciotte, denunciano l’ingerenza o l’indigenza dell’istituzione rispetto alla vantaggiosa purezza delle transazioni che i soggetti autonomamente intessono.

La corruzione, in realtà, non è esattamente all’insegna di un eterno ritorno nell’uomo, perché appartiene eminentemente al caso specifico dei white collar crimes, gli illeciti compiuti da individui delle classi abbienti. Essa si rivela, dunque, come un’ennesima invasione del privato nel pubblico, in quanto si tratta, in ultimo, della vendita o l’omissione di atti inerenti a funzioni pubbliche in cambio di somme monetarie – testimonianza dell’inaudita espansione del potere del denaro attraverso la differenziazione dell’acquistabilità di ogni tipo di beni. Fuori da effetti storici, l’impostazione liberale è da sempre ostile alla presenza insindacabile di istituzioni pubbliche che occupino il terreno politico ed usurpino quello economico, questo perché non si può pensare che i funzionari pubblici siano degli “eunuchi economici”, degli homines œconomici illuminati dal senso del dovere sociale ed indifferenti al seducente olezzo del denaro, così come non sarebbe giusto pensare che le stesse istituzioni partecipino ad una dimensione collettiva di scambio senza i medesimi interessi che animano un privato. In fondo, da tali premesse, il pubblico è solo l’epiteto surrettizio di un privato privilegiato e la sua stessa sopravvivenza secondo questa definizione è sempre precaria, perché collidente con l’ispirazione autentica di ogni impresa guidata da uomini. Ecco, allora, come la corruzione diviene la soluzione spontaneamente più funzionale all’inefficienza del monopolio statale: si crea uno spazio concorrenziale laddove regnava il disincentivo del pubblico, così da soppesare davvero l’interesse degli acquirenti e la convenienza dei funzionari, fino a condurre fluidamente l’assunzione di atti e misure che, solo allontanati dall’autoreferenza dell’arbitrio, apportano ora benessere ai transattori.

L’ascendenza liberale è così fiera di un tale virtuosismo nella creazione ultima di efficienza da aver giustamente ritenuto come un dovere morale, questa volta sì, la sua esportazione nei paesi governati dalle barbarie ove l’ingenuità transattoria dei dirigenti non li ha ancora illuminati alla retta via dell’onnipotenza del denaro. D’altra parte i paesi a capitalismo avanzato fanno esemplarmente da modello, considerando, talora esplicitamente, che un eccessivo contenimento della corruzione, misura peraltro mai seriamente intrapresa, sarebbe semplicemente svantaggioso, perché non c’è ragione di inibire un fenomeno che beneficia direttamente i partecipanti quando la sua proibizione favorirebbe semplicemente altri concorrenti senza remore morali. Fu ortodosso, infatti, il caso dello Statunitense Foreign and Corrupt Practices Act del 1977, una misura volta a contenere le pratiche di corruzione con paesi esteri che, come notava acutamente l’imprenditoria americana, non avrebbe potuto compensare i 45 miliardi di dollari già spesi per i contratti stranieri stessi. In fondo, l’Occidente sta davvero spingendosi ad ogni strenuo sforzo per rendere visibile al mondo il traguardo della civiltà, fino a legalizzare la corruzione a livello pubblico sotto le mentite spoglie del lobbying, ovvero la pressione sull’attività politica da parte di gruppi d’interesse. Nessun oscurantismo in questi grotteschi scimmiottamenti di rapporti di dono, presenti nello scenario parlamentare europeo quanto in quello congressuale degli Stati Uniti; è, infatti, alla luce del sole che si assiste a forniture di servizi d’informazione e ricerca a istituzioni o gruppi politici, oppure agli americani finanziamenti delle campagne elettorali di alcuni candidati, che peraltro hanno visto i recente l’estinzione definitiva dei limiti di finanziabilità.

Come diceva Benjamin Franklin, “è davvero una cosa conveniente essere una creatura dotata di ragione, dal momento che questo permette di trovare o inventare una ragione per qualsiasi cosa uno voglia fare”; invero, le obiezioni e le perplessità sollevate da questo allucinato idillio liberista non si conterebbero sulle zampe di un millepiedi. Innanzitutto, è evidente che la latina sportula, oggi bustarella, non crea affatto uno spazio concorrenziale di mercato, al contrario essa genera proprio quel vantaggio competitivo asimmetrico che tradisce per definizione la libertà di possibilità dell’ispirazione liberale. Inoltre, anche se l’inefficienza burocratica è un problema reale nella gestione delle iniziative pubbliche, nulla legittima l’ibrido malato della corruzione, che, se diffuso a livello sistemico, è insieme dannoso ed ingiusto, fino ad esasperare il potere del denaro, con l’esito fatale di un divoramento della stessa istituzione che ne consente la vita. È esattamente questo il punto qualificante della questione della corruzione: la cornice istituzionale è una condizione imprescindibile dell’efficienza e della vita medesima della pratica monetaria, e, d’altra parte, nessuna delle infrazioni menzionate, dalla bustarella, al lobbying ai contratti esteri, avrebbero possibilità di generarsi se non sul corpo intontito dell’istituzione, che ormai a stento si salva dalla caduta. È questa l’ennesima testimonianza degli esiti contraddittori del capitalismo, la sua inclinazione inconsciamente autolesionista sommamente incarnata nella forma della corruzione, che, per un tradizionale fascino semplificazionista, si impone come modello contagioso e dissolve quella reciprocità diffusa che, sola, opera come collante sociale. Da queste evidenze autodistruttive, impari, allora, quell’inglorioso Don Chisciotte fasullo che l’innocua violenza del gesto di una mano realizza una timida devastazione dell’ethos delle genti; così, davvero, non è la spontaneità una linfa che innerva la diffusività del benessere, quanto la stilla venefica che avvizzisce l’urlo ormai scomposto della Giustizia.