Il referendum costituzionale verrà indetto entro e non oltre la prima settimana dicembre. Per fare un po’ di cronistoria, il fatto che sia stata approvata prima la legge elettorale e poi la riforma costituzionale che cancella il bicameralismo perfetto rende l’idea della mancanza di strategia da parte di Renzi, il quale certamente resta un ottimo tattico, bravo a comunicare, a far litigare alcuni suoi colleghi di partito e le opposizioni, ma fino ad ora incapace di incidere sui problemi atavici del nostro paese.

Tra le tante ragioni per votare no vorremmo focalizzarci su quelle che in questa sede riteniamo essenziali, non solo dal punto di vista costituzionale. Ci si conceda una precisazione iniziale.  Le ragioni del sì che continuano a martellare incessantemente sul taglio ai costi della politica sono a dir poco risibili quando si tratta di modificare una carta costituzionale. Che si parli di 57 milioni o qualcosa di più non è così  importante:  agli italiani va detto che la politica è già stata tagliata, e da almeno vent’anni.  Il numero dei parlamentari incide in minima parte “sui costi della politica” e ad ogni modo più che continuare a inseguire un malsano populismo, si dovrebbe avere la capacità di lanciare un messaggio positivo, non di semplice “lotta alla casta” . Anche perché, se il ragionamento stesse davvero nei termini indicati dal Governo, portandolo alle estreme conseguenze si dovrebbe dire che la democrazia non è il sistema più parsimonioso, al contrario per esempio della dittatura. E’ anche ridicolo adoperarsi per una riforma costituzionale al fine di tagliare delle poltrone, quando entità di retribuzioni per risparmi e collette varie possono essere definite con leggi ordinarie.

I motivi principali per votare no ad ogni modo vanno rintracciati in tre specifiche ragioni: una di metodo e due di merito. Quella di metodo riguarda il parto di questa riforma. Un parto promosso da una maggioranza parlamentare eletta con una legge elettorale definita incostituzionale dalla stessa Corte Costituzionale. E’ stato il governo da questo punto di vista a metterci la faccia e in particolar modo il Primo Ministro. Non c’è stato un consenso politico per via parlamentare. E infatti è stato indetto il referendum che dimostra in modo plastico quanto la riforma di Renzi sia stata un prodotto  governativo più che parlamentare.

Sul merito ci sono due questioni dirimenti. La prima è che questa riforma toglie qualunque spazio nel prossimo futuro di federalismo promuovendo un neo-centralismo nel quale le Regioni fungerebbero da comparse , peraltro stipendiate. La riforma del 2001, nonostante abbia creato ricorsi di vario genere sulle competenze concorrenti, non deve essere letta come un passo indietro, ma come un passo in avanti rispetto al modello che quella riforma intendeva incentivare. Quest’ultima invece è una regressione rispetto alla volontà di decentralizzare le funzioni di uno stato che, a livello centrale, ha appesantito le finanze pubbliche. Inoltre va tenuto presente che l’Italia non è un paese uniforme nella sua territorialità: un neo-centralismo a discapito della sussidiarietà comporterebbe un danno proprio per l’assetto che si intende favorire

Non è poi chiaro cosa intenda Renzi quando parla di governabilità. Se questo fosse il problema dell’Italia, non crediamo sia corretto risolverlo all’interno di un sistema che comunque resta parlamentare. Servirebbe un cambiamento della forma di governo, perché per quanto si possano studiare le varie ingegnerie elettorali per garantire una maggioranza di seggi, il sistema parlamentare nasce per enfatizzare la rappresentanza del Parlamento e non la governabilità dell’esecutivo. Ed è poco corretto che si rafforzi quest’ultimo in modo indiretto, tramite una legge ordinaria che sia l’Italicum o qualsiasi altra.  Se invece l’obbiettivo del governo non verte tanto sui costi della politica, quanto sull’accelerazione del processo legislativo, questo fine ci pare ancora meno preminente vista la mole di leggi prodotte in Italia (attualmente sono più di 150 mila). Più leggi vogliono anche dire una normativa che cambia in continuazione e questo alimenta “la trappola dell’incertezza” per famiglie e imprese