Se ma ce ne fosse stato bisogno, la riprova che l’intervento dello Stato in economia non è assolutamente dannoso, quando è strutturale e strategico, è arrivata ancora una volta da Oriente, dalla Cina. Quando ormai la stragrande maggioranza degli analisti e degli opinionisti europei e più in generale occidentali ritenevano quella cinese una “bomba pronta a esplodere” e “il reale pericolo, altro che la Grecia”, la borsa di Shanghai faceva una spettacolare inversione di marcia rispetto al crollo della scorsa settimana, spiattellando in faccia ai guru dell’ideologia liberista e ai “luogocomunisti”, per dirla con l’economista Alberto Bagnai, della stampa nostrana quanto fallaci e ingannatrici possano essere le previsioni degli analisti finanziari. Previsioni che molto spesso si basano più su convinzioni ideologiche piuttosto che tecniche. Tanto che anche l’editorialista economico del Los Angeles Times, nonché direttore del dipartimento di studi sulla Cina del think thank atlantista CSIS, Center for Strategic and International Studies di Washington, Scott Kennedy, si è trovato ad ammettere che, se lo Shanghai Composite Index è riuscito a crescere in soli tre giorni di attività, dal mercoledì della settimana scorsa a lunedì, del 13,2%, mentre le borse di Shenzeng e Hong Kong hanno guadagnato nello stesso lasso di tempo il 12,5% e il 10,5% rispettivamente, il merito è da ascriversi quasi esclusivamente alla capacità di reazione del Governo cinese.

Perché? E’ molto semplice. Dato che gran parte delle principali aziende cinesi sono controllate a livello governativo, a Pechino è bastato imporre un acquisto massiccio di azioni alle proprie partecipate per attutire l’impatto dell’attacco speculativo. Questo ha fatto sì che, sebbene l’incredibile crescita della borsa cinese nell’ultimo anno facesse ritenere inevitabile una discesa, e in parte questa sia fisiologica, comunque nonostante le perdite dell’ultimo mese siano state pari a un 30% del valore, i livelli siano ancora enormemente superiori a quelli del 2014.  Lo “scudo antispeculazione” del Governo cinese ha dunque funzionato. Inutile aggiungere che questa operazione sarebbe stata impossibile in un’economia totalmente sottratta al controllo statale e politico, con conseguenze che sarebbe dunque stato difficile prevedere. Utilizzando un’immagine suggestiva, si potrebbe affermare che un’economia di questo tipo, pienamente indipendente da una supervisione politica, potrebbe facilmente trovarsi come una barca senza timone in mezzo a un mare in tempesta. Commenta appunto Scott Kennedy che, sebbene da un lato gli analisti americani credano nel libero mercato e nelle teorie di Adam Smith “almeno quanto credono in Dio” e ritenessero che “l’intervento statale fosse eresia e non potesse avere successo”, tuttavia “dall’altro lato esiste la realtà  e questa sembra indicare che il muscolare intervento cinese è andato a buon fine” perché “sebbene sarebbe semplice lasciarsi guidare dal dogma del ‘laissez faire’, politiche appropriate dovrebbero sempre essere essere determinate dalle circostanze, non dalla fede”.

Parole queste che dimostrano come, anche in campo anglosassone, la totalitaria convinzione nell’ideologia, anzi nella pseudoreligione liberista si stia pian piano incrinando. Per lo meno sul fronte degli intellettuali. Del resto non va dimenticato che proprio dagli Stati Uniti d’America partì la “rivoluzione keynesiana” degli anni ’30. O almeno così è scritto nella maggior parte dei libri di storia, visto che in realtà politiche interventiste furono attuate prima ancora del “new deal” dal Governo nazionalsocialista tedesco, ma questo è un altro discorso. Comunque, se la Repubblica Popolare Cinese ha registrato una crescita media del 9% in 36 anni, questo lo si è dovuto proprio a politiche di questo tipo. Politiche che oggi fanno sì che, nel secondo quarto del 2015, la Cina registri una crescita del Pil del 7% rispetto allo stesso periodo del 2014, con un incremento dell’1,7% rispetto al primo quarto. Con buona pace di Adam Smith.