L’importante è la salute. Si sente ogni qualvolta si voglia descrivere la propria condizione di vita attuale. La salute è la struttura della serenità, il resto è solo sovrastruttura che può essere apprezzabile in presenza della prima imprescindibile condizione. Malattie e fratture, augurandosi in ogni maniera possibile il contrario, possono incombere nella vita di tutti: in questo caso vi è la l’irrazionale facoltà di poter relegare tali imprevisti alla sfera della sfortuna. Discorso diverso deve essere fatto valere per assistenza medica ed efficienza ospedaliera, variabili esogene al paziente ma assolutamente endogene allo Stato che, attraverso un’adeguata gestione del welfare state, deve garantire un rassicurante servizio ai cittadini. Deve, o meglio, dovrebbe: nel 2015 è stato registrato un boom di decessi, secondo le stime attorno a 68mila in più rispetto al 2014. Per trovare una cifra simile si deve accendere la macchina del tempo e impostarla sull’anno 1943, quando il contesto era totalmente diverso e vi era una guerra in corso. Tutt’oggi non ci si riesce a capacitare di tale exploit negativo: c’è chi relega la colpa all’inquinamento, chi all’invecchiamento progressivo della popolazione. Di fatto, però, nessuna delle suddette ipotesi parrebbe poter giustificare l’incredibile dato sopra esposto. Essendo il seguente articolo pubblicato nella sezione “economia”, nelle righe successive si porteranno alla luce i dati relativi alla spesa sanitaria italiana, riservanti spiacevoli sorprese.

Innanzitutto, è decisivo precisare che la spesa sanitaria pro capite dell’Italia è inferiore alla media OCSE: 3077 dollari, contro i 3453 della media, decisamente sotto ai 4819 tedeschi e i 4124 francesi (fonte: Health at glance 2015, OCSE). In un contesto internazionale l’Italia si ritrova non solo a spendere meno, ma anche ad aumentare la health expenditure di una esigua, minore, percentuale. Precisamente, dal 2005 al 2009, la spesa sanitaria pro capite è aumentata in media dello 0,5%, inferiore alla media OCSE (3,4%), nonché ad altri Stati come Francia (1,5%), Germania (2,8%) e Giappone (3,2%). Dal 2009 al 2013, poi, si è registrato un -1,6% nei fondi governativi destinati alla salute dei cittadini italiani, sempre sotto la media che riporta un + 0,6%. Ancora più sconvolgente è il dato relativo alla spesa sanitaria in percentuale della spesa governativa totale: sempre OCSE approssima quella italiana al 13%, che acquista valore se comparata alla media, 15%, e ancor di più in riferimento a Germania, 19%, oppure al Regno Unito, 16%. Il quadro via via si delinea, facendo emergere un impiego quantomeno sobrio di fondi nell’ambito della spesa sanitaria italiana, che rimane la più efficiente d’Europa e la terza nel mondo, dietro a Honk Hong e Singapore.

Si potrebbe dedurre, data la virtuosità contabile della spesa sanitaria italiana, una certa serenità nella gestione dei conti. Non è così. Con la ratifica del Fiscal Compact, che impone un sostanziale pareggio di bilancio, la sanità italiana, così come molte altre sfumature del welfare state, entrano nel mirino della burocrazia di Bruxelles. Per la precisione l’Europact, sezione del trattato, indica esplicitamente i campi oggetto di analisi per la determinazione della virtuosità riformista degli Stati contraenti. Nel documento riportante le conclusioni post- riunione 11/03/2011 dei capi di stato della zona euro, specificatamente nella sezione “Rafforzare la sostenibilità delle finanze pubbliche”, si legge: <<Si procederà ad una valutazione soprattutto in base agli indicatori del divario di sostenibilità. Tali indicatori valutano se i livelli di debito sono sostenibili sulla base delle politiche in corso, in particolare i regimi pensionistici, di assistenza sanitaria e previdenza sociale, tenendo conto dei fattori demografici>>. La valutazione passa anche attraverso una razionalizzazione della spesa sanitaria che <<è diminuita negli ultimi anni, a seguito degli sforzi del governo per ridurre i disavanzi di bilancio nel contesto della crisi economica. Stime preliminari suggeriscono che queste riduzioni della spesa sanitaria hanno continuato a un tasso pari a -3% in termini reali nel 2013>>, riportava l’OCSE nel 2014. I tagli sono stati reiterati dal Governo Renzi. Nel DEF 2015 sono riportati con chiarezza i tagli per gli anni a venire: dal 6,8% dell’anno scorso al 6,6% nel 2020, considerando tagli pari a 2,6 mld a decorrere dal 2015. Il dato acquista ancora maggior impatto se si pensa che nel 2012 la spesa sanitaria in percentuale del PIL ammontava al 9,2% e ad oggi risulta scesa al 6,8%, con una popolazione in progressivo invecchiamento e nessuna particolare motivazione riguardo all’inversione di tendenza, che avrebbe naturalmente visto un’espansione della spesa per far fronte alle esigenze della cittadinanza. Importante citare anche il taglio di 215 prestazioni sanitarie reputate “non necessarie” dal ministro Lorenzin che spera di racimolare 7 mld entro il 2017: non vi sarà ulteriore approfondimento in questa sede. I 68mila decessi potrebbero non aver nulla a che vedere con i forti tagli alla spesa destinata alla salute degli italiani; è da annotare, in ogni caso, la responsabilità che il governo italiano si è caricato sulle spalle: soddisfare il vincolo contabile esterno al costo di esporre gli italiani ad un inadeguato servizio sanitario.