Le ultime illusioni sul nuovo inquilino della Casa Bianca sono state spazzate via con la più classica manifestazione guerriera dell’insensatezza yankee. Del resto, in un’epoca così complessa e miserabile era pur umano sperare in un vero cambio di rotta, una rivoluzione copernicana in grado di gettare nell’immondizia i guasti del quarantennio liberal-liberista. Eppure i primi tre mesi della presidenza Trump avevano già fatto intendere che delle promesse enfatiche della campagna elettorale rimaneva ben poco: fallita la riforma dell’Obamacare, smarrito ogni riferimento al grande piano di investimenti pubblici in infrastrutture, della rivoluzione restava soltanto l’ironica- e del tutto non casuale- presenza di numerosi uomini di Goldman Sachs nello scacchiere di nomine e cariche della nuova Amministrazione.

La finanza, ancora una volta, predomina e vince la Politica smentendo le rutilanti invettive rivolte da Donald a Wall Street al tempo del duello contro Hilary. Si potrebbe obiettare che, in fondo, i dati economici consegnino oramai alla Storia la Grande Recessione: i risultati dei corposi deficit di bilancio dal 2008 hanno fatto gonfiare il debito pubblico oltre la soglia psicologica del 100% rispetto al PIL, ma almeno la crescita del PIL ha cumulato una media post-crisi del due per cento, riuscendo altresì a trainare l’occupazione verso il pieno impiego. Un successo, ancor maggiore se comparato con la disastrosa performance dell’Unione Europea e dell’Italia in particolare.

Da dove sorge allora il malcontento canalizzato e poi tradito da Donald Trump?

Torniamo al punto di partenza, ossia a quella finanziarizzazione pervasiva e massiccia in grado di dettare impunemente l’agenda anche ad un outsider come il tycoon piumato. La spesa pubblica prodotta tra il 2009 ed il 2016 è andata in massima parte verso i mercati azionari, indenni da qualsivoglia tentativo di regolamentarli in maniera adeguata: d’altronde il Tesoro americano ha versato in pasto agli squali bancarottieri soltanto 7.700 miliardi di dollari durante l’acme della crisi, applicando alla lettera l’unica socializzazione che piace al Capitale, quella delle perdite. In questo teatro dell’osceno le esigenze e le speranze della middle-class non sono state minimamente prese in considerazione, ed anzi la condizione effettiva del ceto medio negli USA ha conosciuto un arretramento costante. L’arcano del pieno impiego si disvela per quel che è, ossia un mero artificio statistico. Considerando l’indice dell’effettivo grado di occupazione- U6 e non U3– si evidenzia uno scarto pari al doppio, in grado di dare un’altra e ben più severa percezione della realtà d’Oltreoceano.

Differenza tra tasso ufficiale (U3) e disoccupazione reale (U6)

Differenza tra tasso ufficiale (U3) e disoccupazione reale (U6)

Non che gli occupati possano permettersi chissà quali stravizi, beninteso. Un simile quoziente di forza-lavoro inutilizzata certifica uno scenario di disoccupazione strutturale- ben noto in Italia- a cui all’esercito di riserva s’accompagna il perenne abbassamento del salario fino al fantomatico “livello naturale”. Alta disoccupazione vuol dire stabilità dei prezzi, dunque rendita massiva del Capitale. Di nuovo, Wall Street giuoca un ruolo di prima ed esiziale importanza. Il crollo della ricchezza percepita ha permesso la proletarizzazione di larghe fasce sociali: l’impossibilità di vivere del solo reddito da lavoro ha gonfiato per l’ennesima volta il ricorso all’indebitamento per qualunque esigenza, dalle case alle auto, financo al capolavoro doloroso degli students-loan.

La proletarizzazione del ceto medio ha compiuto un balzo in avanti nel periodo successivo alla Grande Recessione

La proletarizzazione del ceto medio ha compiuto un balzo in avanti nel periodo successivo alla Grande Recessione

Nel meraviglioso mondo del Mercato l’istruzione non è un diritto ma una merce: l’esborso da svariate decine di migliaia di dollari veniva un tempo spiegato come investimento per un Futuro all’altezza della formazione del neolaureato, ed in effetti la mobilità tra classi ha rappresentato uno dei fattori fondamentali del successo dell’american way of life. Peccato che nell’America delle oligarchie ciò rimane un vecchio sogno del Passato: l’ascensore sociale non funziona più e la massa enorme di prestiti studenteschi sottoscritti appare oggi come l’innesco più probabile della nuova bolla finanziaria. Oltre il 27% degli oltre mille miliardi di loans sono insolventi, e se a ciò si appaia il dato relativo alle esposizioni automobilistiche e alla spazzatura immobiliare subprime si giunge al compimento di un quadro fosco, il cui esito non potrà che essere lo stesso del 2007 e del 1929.

Dinamica dei prestiti studenteschi e automobilistici (in miliardi di dollari)

Dinamica dei prestiti studenteschi e automobilistici (in triliardi di dollari)

La scelta politica di affidare i consumi alla speculazione finanziaria in luogo dei salari appare ancora una volta l’errore fondamentale a cui nessuno vuole opporre una salutare e necessaria regolamentazione statuale, primo passo per l’edificazione di un nuovo assetto di welfare capace di assicurare la sostenibilità e lo sviluppo dell’intero processo produttivo. Pur consci della storia e dell’ambiente da cui proveniva, avevamo accolto con soddisfazione la vittoria dell’outsider più per riflesso alla sconfitta dell’establishment odioso ed insopportabile che per vera stima del personaggio: il cul de sac in cui s’è infilato il liberismo terminale, a giudizio di chi scrive, avrebbe imposto al nuovo Presidente le priorità rivoluzionarie dell’economia reale, a vantaggio di tutti.

Ciclicità della Storia

Ciclicità della Storia

Sbagliavamo. Oggi Donald Trump pare indirizzato su ben altri sentieri, seguendo pericolosamente il tracciato che dal Lusitania a Pearl Harbour trova nella guerra la soluzione empia e vile ai problemi strutturali di un sistema economico ormai allo sbando.

 

 

NdA: per un’organica trattazione degli argomenti rimandiamo all’egregio lavoro di Luciano Barra Caracciolo, da cui abbiamo tratto i grafici