Di fronte alle mastodontiche accumulazioni di capitale alle quali gli ultimi secoli hanno arreso lo sguardo, il più tipico argomento, sospinto fino al proverbialismo, addotto per legittimarne il possesso e diradare l’imbarazzo, è il merito. “Se l’è meritato” si dice senza posa, senza ritegno e senza analisi, accarezzando la fantasiosa quanto radicata immagine dell’imprenditore che si mette in gioco con temerarietà, arrischia i propri averi e, solo grazie al suo industrioso ingegno intraprendente, riesce ad ottenere il tanto atteso profitto che ottenebra ai suoi occhi la miseria da cui era partito. Questa stereotipica fantasia risente ingenuamente degli ideali che innervano l’anima più longeva del liberalismo, ovvero l’uguaglianza delle condizioni di partenza rispetto alle quali la rendita è proporzionale all’investimento e alla sua qualità, associata per un’indebita abduzione alle grandi fortune che cospargono la nostra fiera contemporaneità; prima fra tutte, quella accomodatasi in America, terra delle fortune promesse, pervasa da concitati motivetti che esaltano l’American way. Pur senza indugiare sulle specifiche condizioni storiche che hanno consentito all’inneggiato benessere di omogeneizzarsi e ad elisir economici come il trickle down di essere formulati, è interessante soffermarsi su un caso specifico quanto esemplare per comprendere se la base teorica liberale sia davvero traducibile in realtà senza distorsioni di contenuto.

L’ esempio illuminante a tal proposito è estrapolato dalle classifiche di Forbes, la rivista economica americana, di qualche anno fa. Tra il 1990 ed il 2010, Bill Gates – fondatore di Microsoft, leader mondiale di Internet e figura archetipica della ricchezza imprenditoriale – ha visto la propria ricchezza crescere da 4 a 50 miliardi di dollari, registrando un tasso di crescita annuo di poco eccedente il 13%. Esattamente nello stesso ventennio, Liliane Bettencourt – erede del marchio paterno L’Oréal, primato mondiale nella produzione di cosmetici – è passata da una proprietà di 2 miliardi a 25 miliardi di dollari, con un identico tasso del 13%. Semplici affinità fra produttori, si direbbe; non foss’altro che nel suddetto ventennio Bill Gates, il cui patrimonio continua peraltro ad aumentare con altrettanta celerità anche dopo l’abbandono della professione, ha investito tempo, risorse e denaro nello sviluppo di un prodotto affinché l’anima tecnologica ne fosse all’altezza dei tempi; al contrario, Liliane Bettencourt si è candidamente adagiata nella propria alcova d’inazione, osservando cionondimeno una crescita di capitale identica a quella di Bill Gates. Ancora trascurando il fatto che l’informatico statunitense non ha certamente lavorato da solo e la sua équipe, altrettanto indispensabile alla realizzazione del prodotto, ha compensi irrisori se paragonati a quelli del notorio imprenditore, oltre al fatto che vi sono molte altre figure nell’ambito delle tecnologie che rinnovano i propri prodotti con rapidità ed efficienza molto superiori a quelle di Bill Gates pur guadagnando infinitamente meno, questi risultati testimoniano con assordante limpidezza che, oltre certe soglie, il capitale detenuto cresce indipendentemente dal lavoro che vi sottostà, così come dall’effettiva qualità del prodotto che perviene alla vendita.

Questo tipico processo capitalistico, che tramuta progressivamente gli imprenditori in rentiers, inoltre, smentisce ampiamente l’assunto dei modelli economici classici dell’omogenea proporzionalità della rendita da capitali differenti. Ad ostacolare tale rapporto ordinato sono delle ragioni consuete quanto ovvie: in primo luogo la possibilità da parte di capitali maggiori di usufruire di più efficienti intermediari finanziari od altri gestori di ricchezze, la cui conduzione dei portafogli consente di individuare gli investimenti maggiormente proficui garantendo una rendita media molto maggiore; in secondo luogo l’esasperazione del potere contrattuale, espresso nella più flessibile possibilità di attesa o nella maggiore sostenibilità del rischio, fino ai grotteschi paradossi di gruppi too big to fail. Ad avvelenare ulteriormente il pozzo è il fatto che, se in ogni momento economico una maggiore detenzione di capitale fornisce preventivamente privilegi contrattuali e maggiori margini di profitto, l’arricchimento generatone si riverbera indefinitamente consentendo sempre ulteriori possibilità di crescita in ogni momento successivo, anche qualora l’eccedenza iniziale fosse solo accidentale. Un processo così incline alla divergenza economica, manifesto anche nei millili dei centili superiori dei detentori di capitale, è uno degli indici più chiari della tendenza spontanea del capitale privato, già diffusamente evidenziata da Marx, a proliferare e riprodursi naturalmente, indipendentemente dall’apporto personale e dalle ragioni della detenzione stessa. Tale meccanismo divergente non ha l’odore del caso, ma innerva le dinamiche di mercato nella loro totalità e, in assenza di misure redistributive progressive, la tendenza al suo compimento è pressoché inevitabile. Se si producono guadagni fortuiti o perdite casuali, questi influiscono significantemente sul corso futuro di un agente economico, benché la causa sia da lui totalmente indipendente, dunque senza colpa, così come senza merito. Allo stesso modo, nessuna accumulazione originaria, condizione scontata quanto imprescindibile, è davvero un punto di partenza ugualitario dei transattori che, intraprendendo il cammino con dotazioni discriminatorie, riverberano tale differenza fino alla sua esasperazione.

Riemerge, allora, violentemente la nozione di merito, termine così oziosamente abusato da aver sbiadito ogni proprio slancio morale. Nel sistema di mercato, il merito è il compimento della vendita, l’appagamento del vezzo storico di mendichi acquirenti, totalmente indipendente dalle qualità del bene. Questa discutibile giustificazione richiamante il merito si appella, in realtà, ad una nozione puramente culturale, giacché nessuna azione è meritevole in quanto tale. Nel rimando ad un codice etico indefinito, ogni denotazione di merito incontra, pertanto, l’inevitabile inconveniente dell’arbitrio, dell’autoreferenza morale, di una sua indiscussa traduzione sul piano sociale del valore. È, infatti, sufficiente che diverse culture si scontrino affinché il belato meritocratico di beni e proprietà venga estinto dal latrato della verità della violenza; anche se, è bene rammentarlo alla sicumera di ogni stretta di denari nel palmo di una mano, le nostre stesse banconote sono per definizione proprietà statale. Istituendo, infine, la relazione con il versante puramente monetario, è indispensabile contestualizzare il potere del denaro in una determinata epoca per inferire quanto di esso possa davvero dipendere dal merito. Differentemente da un’economia di dono, oggi senza denaro si muore. Se esiste uno Stato sociale e se dopo millenni di atrocità abbiamo visto germogliare con timidezza il concetto di un diritto alla vita, è necessario distinguere con chiarezza tale ambito da quello estensivamente vitale dell’economia; anche qualora vi fosse un merito, anche qualora la ricchezza non fosse solo un anarchico orfano della giustizia caduta fra gli accidenti di un percorso, la sopravvivenza di un uomo non può dipendere da esso, né dalla sua origine in un putrido sistema di mercato, il vero accidente fatale nell’alveo della storia umana.

Di fronte alla violenza della riproduzione capitalistica, ogni ingenuo assunto sulle pari opportunità si rivela ideologica legittimazione di un processo contaminato d’indifferenza morale, moltiplicante le differenze embrionali o posteriori, dal quale l’integrità della vita non può dipendere. Non appena il senso si riversa nel mondo, la disuguaglianza non è più legittimabile, ed il merito è solo il vessillo di mani avvizzite fra le morse del potere, dimentiche dell’umana linfa di una carezza.