Qualcuno ha pensato che fosse uno scherzo di cattivo gusto, e ha lasciato perdere. Qualcuno si è molto infastidito e ne ha scritto con una vena di risentimento e disappunto. Qualcun altro ha alzato le braccia al cielo per l’esasperazione: dopo la Brexit, dopo il ritorno in scena di Norbert Hofer in Austria, la campagna di Libero per un referendum sull’Europa è sembrato davvero troppo. “Italexit o Quitaly? Fate voi. A noi interessa la sostanza, ovvero poter fare come il Regno Unito e votare per decidere sul nostro futuro” scrive il quotidiano, lanciando ai suoi lettori la sfida di una grande raccolta firme. “Vogliamo votare anche in Italia, come hanno fatto gli inglesi, sulla permanenza o meno del nostro Paese nell’Unione Europea e nell’Euro”. Così il quotidiano diretto da Vittorio Feltri ha iniziato a proporsi come punto di riferimento per euroscettici e sovranisti.

C’è chi vi ha letto una provocazione e chi la considera una mossa per vendere qualche copia in più, in questi tempi di crisi per la carta stampata. Di certo a Libero non manca il gusto per i titoli forti: in molti ricorderanno il “Bastardi islamici” in prima pagina, all’indomani dell’attentato al Bataclan nel novembre scorso. Molti lettori hanno invece aderito entusiasticamente all’iniziativa del loro quotidiano, chi inviando una mail all’indirizzo noeuronoeuropa@liberoquotidiano.it, chi attraverso il tagliando distribuito con il giornale nelle edicole. Migliaia di adesioni nel giro di pochi giorni.

Eppure sappiamo benissimo quanto inverosimile sia l’eventualità di un referendum italiano per uscire dall’Unione Europea e dall’Eurozona.  Astrattamente una strada percorribile ci sarebbe: bisognerebbe ricorrere ad una specifica legge costituzionale, che renda possibile un referendum consultivo diversamente non ammissibile. Nell’ordinamento italiano sono infatti previsti solo due tipi di referendum: uno ha carattere abrogativo, come quello tenutosi il 17 marzo scorso sulle trivelle; l’altro ha natura confermativa, e un esempio attuale è il referendum sulle riforme costituzionali del governo Renzi che voteremo ad ottobre.

Andò così nel 1989, quando con un referendum cosultivo (consentito dalla legge costituzionale del 3 aprile, n. 2) permise agli italiani di esprimersi circa la trasformazione delle Comunità europee in una Unione Europea.

Oltre ai vincoli giuridici, va considerata la mancanza delle condizioni politche adeguate per procedere in questa direzione, e bisogna tenere a mente che l’Italia non è il Regno Unito, senza euro e mai completamente inserito nelle dinamiche europee. Il nostro Paese ha fornito allo sviluppo del  concetto di Europa unita un contributo imprescindibile, ne costituisce una delle colonne portanti in termini storico e culturali prima ancora che politici. La stessa Brexit, inoltre, rischia di determinare un poco desiderabile effetto collaterale, ossia l’indiretto rafforzamento economico e politico della Germania di Frau Merkel. Se si crea un vuoto nello spazio europeo, chi ha la forza per colmarlo prima degli altri in termini di leadership è indubbiamente la Repubblica federale di Germania.

Tutto questo però non significa che la campagna di Libero vada ignorata o sbaffeggiata. Feltri e i suoi giornalisti forse non riusciranno a modificare gli indirizzi politici nazionali, né faranno breccia in quell’ampia fetta di opinione pubblica che nonostante tutto continua a guardare a questa Europa con favore. Ma la proposta di una consultazione popolare sul tema può essere uno spunto prezioso per il dibattito sul destino dell’Unione, infiammatosi in queste ultime settimane.

Una discussione competente, franca, appassionata, sarebbe anzitutto un ricostituente per la coscienza europea di tutti noi italiani. In parte sembriamo subire l’Europa unita; in parte la consideriamo la nostra migliore occasione per riscattarci da anni di inconcludenza. Da un lato ci sentiamo ingabbiati in un sistema di regole sapientemente elaborate per gli interessi di pochi. Dall’altro, siamo ben consapevoli che una Europa politicamente debole è uno svantaggio per tutti: la globalizzazione del liberismo ci pone di fronte a sfide che difficilmente saremmo in grado di affrontare da soli. Ha ragione da vendere Jean-Claude Michéa, quando spiega che “una critica semplicemente nazionalistica dal capitalismo globale è necessariamente incoerente”. Se non sembra immaginabile un’Europa senza l’Italia, neppure un Italia senza Europa pare destinata ad un futuro luminoso. Ben venga quindi l’iniziativa di Libero, se saprà offrire un dibattito sano e approfondito, se riuscirà a dar voce alle ragione di quegli italiani che dell’Europa di sentono vittime. Hanno molte buone motivazioni per sentirsi tali, a cominciare dal fatto che fino ad oggi l’Unione è andata nella direzione opposta rispetto ai valori democratici e sociali espressi nella nostra Costituzione. Il Jobs Act? Ce lo chiede l’Europa. La riforma delle pensioni? Ce la chiede l’Europa.

Per questo è necessario recuperare il prima possibile una visione comunitaria della politica europea, ed è una conquista che passa necessariamente dal coinvolgimento degli europei, perché non si sentano più estromessi da qualcosa che invece appartiene loro. Escludere il confronto a prescindere, come è uso e costume di molti politici e intellettuali italiani, non aiuterà certo ad affezionare gli italiani all’Europa e a cio che può rappresentare. Perciò discutiamo di Europa, senza la paura che un confronto anche acceso possa farle del male. Non potrebbe stare peggio di come è adesso.