“Quale episodio straordinario nel progresso economico dell’uomo si concluse nell’Agosto 1914. L’abitante di Londra poteva ordinare per telefono, sorseggiando a letto il tè della mattina, qualsiasi prodotto del globo intero, in qualsiasi quantità desiderasse, e confidare in una consegna ragionevolmente sollecita, sull’uscio della propria casa […]. Poteva avventurarsi all’estero, usando trasporti non cari e confortevoli, verso qualsiasi Paese e qualsiasi clima, senza passaporti o altre formalità. Poteva mandare un incaricato alla banca per ritirare qualsiasi quantità di metalli preziosi di cui avesse bisogno, e poteva poi andare all’estero, senza conoscenza di altre religioni, altre lingue o altri costumi, portando nelle tasche oro coniato, e sarebbe stato molto sorpreso e annoiato alla minima interferenza. E infine – ed è questa la cosa più importante – considerava questa situazione come qualcosa di normale, certo e permanente, e qualsiasi deviazione da questo stato di cose come un’aberrazione e uno scandalo” (J.M. Keynes, Le Conseguenze Economiche della Pace)

C’era un ottimo motivo per sperare nella vittoria del Leave al referendum sul Brexit. Tutto il mondo finanziario era a favore del Remain. Tutto il mondo finanziario e dunque anche l’immancabile George Soros, lo speculatore filantropo e cosmopolita, fautore della open society fatta di democrazie liberali “vivaci e tolleranti”. Ebbene, quando Soros prende posizione su qualcosa, chiunque abbia un minimo a cuore il buono, il bello e il vero sa che la cosa giusta da fare è sostenere veementemente la posizione opposta.

Fatta questa premessa, ci sono ora ottimi motivi per guardare benevolmente alla vittoria del Leave al referendum sul Brexit.

Primo, perché rappresenta uno choc per l’élite europeista che vede concretizzarsi il suo peggior incubo, la montata della protesta populista (o presunta tale). Un brusco risveglio dal sonno grigio di Bruxelles giacché nessuno nella stanza dei bottoni politico-finanziaria si aspettava realmente un simile esito, avendo sottovalutato spocchiosamente la portata del malessere del popolo britannico. Non se lo aspettavano certo i mercati che sono infatti sprofondati nella giornata di venerdì. Se la vittoria del Leave fosse stata “prezzata” adeguatamente, non avremmo assistito a scene di panico da apocalisse finanziaria. “Non c’era più liquidità” ha dichiarato un anonimo operatore della City. Non se lo aspettavano neanche gli economisti, i tecnici, gli esperti, tutti convinti che alla fine il “buon senso” avrebbe prevalso, “buon senso” da intendersi ovviamente come interesse economico. Inconcepibile e ingiustificabile che potessero prevalere criteri di voto altri dalla valutazione dell’impatto sui flussi di capitale, sul PIL, sugli scambi commerciali e via dicendo. Se è accaduto, ciò è da ricondursi immancabilmente all’analfabetismo economico, al populismo, al nazionalismo, alla xenofobia, finanche all’egoismo degli anziani (la cui maggioranza ha optato per il Leave) che preferiscono ritrincerarsi nei propri confini.

Secondo, perché rivela il democratismo peloso che ammanta la suddetta élite europeista, democratica e liberale finché gli elettori votano nel modo giusto, ma pronta a invalidare come becera e ignorante qualsiasi espressione di opinione popolare divergente. La reazione stizzosa e indignata degli europeisti a tendenza tecnocratica ne rivela la posizione di fondo: se non vota nel modo giusto, un operaio delle Midlands non può avere lo stesso peso elettorale di un finanziere della City. Concedere un simile referendum è stato “un eccesso di democrazia” (cit. Mario Monti), anche se il referendum era chiaramente di natura politica prima ancora che tecnica. Cadono dunque le maschere, e i segugi di Bruxelles si rivelano per quello che suono: degli elitisti che disprezzano profondamente l’uomo comune. Tale elitismo non sarebbe irritante se gli stessi che ora puntano il dito contro l’ignoranza dell’uomo della strada non avessero starnazzato per decenni sul ruolo che l’Unione Europea ha avuto nel promuovere la democrazia liberale pour tous. O se fossero dichiaratamente timocratici, invece che falsamente democratici.

Terzo, perché segna la fine della retorica facile sul progetto europeo, ovvero sull’integrazione economica quale motore e garante dell’unità e della fratellanza. Belle promesse apparentemente, ma evidentemente non sufficienti per convincere l’inglesotto medio circa la bontà di una sovranità condivisa. La verità, ci ricorda il “voto di pancia” dell’inglesotto medio, è che l’integrazione economica e la libera circolazione di persone, beni e capitali non bastano per tenere assieme popoli dalle radici comuni ma comunque diversi. Basta ricordare che l’apertura economica e l’ordine liberale di inizio Novecento che tanto sorprendevano Keynes (vedi sopra) vennero meno nell’arco di poche settimane nell’estate del 1914.

Il Brexit fa dunque emergere in tutta la sua gravità la vera questione che è al cuore della crisi Vecchio Continente, ovvero la questione dell’identità. In questo senso, il non voler riconoscere la comune eredità cristiana tra i pilastri del progetto europeo è da iscriversi tra le più gravi miopie delle élite europee, a cominciare da Giscard d’Estaing che si rifiutò di menzionare le radici cristiane nella famigerata bozza, mai approvata (Deo gratias), di costituzione europea. Oltre il mercato, la moneta e, eventualmente, i ricordi dei festini dell’Erasmus, cosa accomuna profondamente un italiano e un tedesco, o uno spagnolo e un olandese? Rispondano gli europeisti, o non potremo che continuare a guardare con simpatia il campanilismo dei vecchietti britannici.