Il Consiglio Direttivo della BCE, per bocca del suo presidente, ha negli ultimi giorni potenziato il Quantitative Easing di altri 20 miliardi. Perché su base annua siamo e restiamo in deflazione, i soldi non girano e il tandem crescita-disoccupazione non muta più di tanto nella periferia dell’Euro-zona. La strategia di Mario Draghi si instrada verso le decisioni di politica economica già prese dal governatore della Bank of Japan, Kuroda, il quale ha da poco portato in negativo i tassi di interesse dei depositi delle banche commerciali presso la BoJ. Il problema della trasmissione monetaria è che, dal punto di vista della sua intensità, avrebbe bisogno di alcune premesse strutturali, cioè intrinseche ai paesi nei quali si indirizza. Tradotto: l’Europa continentale- e specialmente i paesi della periferia- non sono il Regno Unito. E dovrebbero perlomeno avvicinarsi come struttura finanziaria per diventarlo. Perciò occorrono riforme del sistema bancario che abbiano come effetto un aumento del moltiplicatore monetario. Qui c’è però più di un problema: intanto queste riforme devono essere condivise. Anzi: l’intero modello economico che sta dietro le riforme stesse deve essere voluto, non imposto. In secondo luogo chi scrive ritiene che la politica monetaria non sia sufficiente per risolvere i problemi che stanno affliggendo il continente. Se infatti l’obiettivo è la crescita e non solo uscire dalla presente stagnazione bisogna attivare anche il secondo strumento della politica economica, quello fiscale. Ma non si può, ci dicono da Bruxelles e da Berlin o: “guardate quanto è monstre il vostro debito pubblico”. Ovvero, prima di qualsiasi integrazione che parta dal basso e che preveda meccanismi di compensazione tali da smussare il ciclo economico, bisogna essere virtuosi. In buona sostanza i paesi considerati più lazzaroni devono convergere verso le politiche di bilancio del paese egemone (ma non benevolente). In poche parole dal punto di vista fiscale bisogna fare come la Germania

Ci chiediamo innanzitutto dove si sia perso quel famoso principio di sussidiarietà (forse sotto le scarpe). In secondo luogo se alcuni stati sono condizionati da vincoli esterni, a logica, come scambio tra un dare e un avere, bisognerebbe ricevere delle assicurazioni. Assicurazioni di tanti tipi visto che stiamo parlando di qualcosa – l’Unione – che vuole essere, almeno nelle sue premesse, più ambiziosa di un’area di libero scambio. Il punto è proprio questo: quello che si percepisce non sono assicurazioni, ma continui veti che sono resi possibili non tanto dall’interesse nazionale così accusato di fare il male dell’Unione, quanto dal fatto che l’Europa ha una sua precisa cornice istituzionale e normativa che non favorisce la cooperazione fra stati. Vi è sempre su quasi ogni questione, una gamba, un pezzo mancante per poter rafforzare il sistema: l’Unione Bancaria come alcuni di noi hanno sentito sulla propria pelle, non poteva nascere senza un fondo di garanzia europeo sui depositi. Ancora una volta scorporare i costi dalla mutualizzazione dei rischi non vuole banalmente dire che gli stati inseguono l’interesse nazionale, come se ogni stato fosse simmetricamente uguale all’altro. Non è così. In pratica l’Unione Europea attuale si fonda sugli interessi tedeschi, che stanno affossando tutti gli altri. Nuocendo gravemente alla salute non solo dell’Unione nella sua complessità, ma anche della stessa Germania la quale oltretutto è un egemone senza la volontà di esserlo: non è realisticamente pensabile che la Germania possa diventare il federatore benevolente di una serie di stati. Ne mancano le premesse: a differenza degli Stati Uniti, alla base della creazione dello stato tedesco vi fu non a caso la Prussia che ebbe la forza per saldare il rapporto fra le anime sparse dei Lander. Ma ricordiamo anche un altro precedente che forse visualizza meglio il contesto attuale: le polis greche. L’antica Grecia non riuscì mai a realizzare l’impero che invece ebbe Roma. Eccetto in due periodici storici: le guerre persiane in funzione difensiva e la discesa come terzo se non addirittura quarto contendente, fra le polis più potenti, di Filippo di Macedonia

Infatti, è solo con l’egemonia di Filippo che le città-stato greche trovarono una convergenza militare e unirono i loro eserciti con i quali, successivamente, Alessandro Magno conquistò l’impero persiano.  Quando nella Grecia del IV secolo i rapporti di forza stavano ormai mutando e Filippo con una combinazione molto interessante tra buone soluzioni diplomatiche e vittorie militari riuscì ad espandere il Regno di Macedonia e infine ad arrivare al passo delle Termopili, porta di accesso sull’ Attica, ecco che egli predilesse l’accordo alla conquista forzata di Atene. Da questo accordo nacque la lega di Corinto nella quale Filippo impegnò tutti i contraenti a reprimere ogni tentativo di cancellazione dei debiti statali. Ma accanto a questo strumento Filippo propose un’ assicurazione che le già deboli polis non potevano rifiutare: l’unione degli eserciti. Un modo incisivo affinché si rinunciasse una volta per tutte alla belligeranza, per proiettarsi invece su una linea comune che oggi potrebbe definirsi di politica estera e di difesa. Come sappiamo questa linea che inizialmente stava a cuore a Churchill, negli anni ’50 non passò per via di numerosi fattori, fra i quali la politica della Francia gaullista.

Il medesimo concetto seppur su altre tematiche ancora oggi purtroppo fatica a mutare: si fa sempre una mezza mossa dove chi da, non ha poi nulla in cambio ed è anzi vittima dell’attore protagonista di turno. E’ chiaro che più si strattona la corda, più si allontana l’idea pragmatica che l’Unione sia funzionale per i suoi cittadini. Se si da più di quanto non si riceve in un quadro dove i deficit democratici vanno di pari passo con quelli economici, prima o poi la corda è destinata a spezzarsi. Con effetti indiscutibilmente negativi in un mondo che sta andando ad una velocità supersonica e dove ad oggi è il caos più che l’ordine a prevalere