“Niente da fare”, dice Estragone. “Comincio a crederlo anch’io”, gli risponde Vladimiro. Teatro dell’assurdo per una realtà assurda. Oggi più che mai. Il fondamentalismo islamico avanza, effetto di una politica di integrazione che evidentemente non ha dato i frutti sperati. L’economia è, come al solito, al palo. Una stagnazione che non ha fine, figlia di uno stallo nel perpetuo susseguirsi dei cicli di Kondratiev ma anche di un atteggiamento soporifero e attendista da parte delle autorità che dovrebbero muoversi in prima persona per arginare lo spiacevole fenomeno. Il neoliberismo è fallito, a dirlo è il Fondo Monetario Internazionale (che nel frattempo abbassa le stime per il PIL italiano ad un + 0,9% per il 2016) e nessuna reazione è giunta da chi dovrebbe letteralmente rivoluzionare il modo di operare. Nel frattempo l’emergenza banche non si è fermata al Belpaese ma ha toccato anche i teutonici. Nulla di nuovo sotto al sole, in fondo: si parla soprattutto di Deutsche Bank, colma come un wurstel di derivati. La somma stimata è di circa 54 trilioni di euro (e il PIL tedesco si ferma a 3,7 trilioni) potenzialmente in grado di far esplodere il sistema finanziario mondiale in futuro e spingere verso l’alto i CDS nel presente. Il bail-in si mostra quindi in tutta la sua debolezza e inefficacia, pur rimanendo un caposaldo dell’ortodossia europeista, interpretata magistralmente da Dijsselbloem. È necessario un piano serio di messa in sicurezza, non una toppa temporanea: peccato che le regole siano sempre regole, quindi cogenti, quindi inderogabili.“Morire per Maastricht” urlava Letta. Morire per un principio, per una scelta. Non importa se l’istante dopo averla approvata si è realizzato il clamoroso errore compiuto. Un passo indietro equivarrebbe ad un tocco rapido e deciso al castello di carte: il colpo di grazia ad un vegetale in piena fase di negazione. L’Unione è sotto scacco e inerme vede la storia compiersi davanti ai suoi occhi: politica estera, interna ed economica paiono come fatiche che il malato non è in grado di sostenere.

Nel frattempo la Gran Bretagna ha abbandonato la barca, democraticamente. Ha subito un’ondata di terrorismo mediatico che raramente si è palesata nella storia così esplicitamente. Qualche settimana dopo il “nefasto” evento la Sterlina è già rimbalzata, l’indice FTSE 100 ha recuperato (e incrementato) la propria quotazione e il bilancio dello Stato non è in crisi (anzi, Osborne vorrebbe abbassare l’aliquota delle imprese al 15%) come invece i catastrofisti avevano paventato. Sono usciti dall’UE senza voltarsi indietro e questo ha portato al limite i nervi delle infelici casalinghe-burocrati di Bruxelles. Il loro desiderio era quello di un contropiede, il muso duro necessario a farla pagare ad una popolazione che ha votato “più di pancia che di testa”. Ha spopolato sul web l’intervento di Juncker al Parlamento Europeo che, rivolgendosi a Nigel Farage si è chiesto: “Lei ha votato per l’uscita… perché è qui?”. Oggi invece ci si ritrova a commentare le parole di Donald Tusk, presidente del Consiglio Europeo, rivolte sommessamente a Theresa May: “Serve una Brexit calma e ordinata”. La festa in maschera è finita ed è il momento di guardare in faccia alla realtà: c’è vita oltre la tecnocrazia, c’è vita oltre all’UE.

La struttura burocraticamente ingessata e l’europeismo che è ormai diventato un fondamentalismo religioso non garantisce una risposta adeguata alla dinamicità del presente. “Non accade nulla, nessuno arriva, nessuno se ne va, è terribile!” sempre per citare Beckett. È l’inerzia che regna sovrana, in attesa di Godot, in attesa di una mano da non si sa chi. L’austerità è ormai saldata irreversibilmente nelle vite degli esautorati governi europei, creando un clima di anemia destinata a permanere. Allo stesso tempo le regole vengono applicate con due pesi e due misure, dove quello leggero, applicato alla Germania, ha portato ad un nuovo picco dei debiti Target 2 nei suoi confronti: il limite del 6% nella bilancia dei pagamenti è bellamente trasgredito nel più totale silenzio. Sono passati 8 anni dallo scoppio della crisi economica, un lasso di tempo che pare difficile realizzare dal momento in cui la politica nazionale è stata ridotta ad una lista di scuse e l’intera struttura sovranazionale non è stata in grado di imprimere un cambio di ritmo alle vite di milioni di persone. Il silenzio accennato precedentemente si fa assordante e la pazienza sempre più vicina all’esaurimento aspettando, appunto, Godot. È ora di chiedersi se il teatro dell’assurdo sia davvero ciò che il “sogno europeo” si prefiggeva di raggiungere.