di Marco Pellattiero 

Con il miraggio sulla flessibilità della vita lavorativa ci avete fatto credere di essere padroni almeno delle nostre mani e del nostro sudore. 

Ci avete fatto credere di vivere in un contesto sociale fervente e aperto a chi desiderava mettersi in gioco spinto dall’entusiasmo e dalla volontà di cambiare.

Ci avete fatto credere che fosse ridicolo lavorare per una stessa azienda per 30 anni e ci avete fatto sentire come dei parassiti succhia diritti di povere aziende tartassate e dalle pseudo virtù filantropiche. 

Ci avete fatto credere di volere il nostro bene, di volere la nostra crescita professionale e culturale nel costringerci ad abbandonare una mentalità “semplicemente” impiegatizia per il grande ed avventuroso mare della flessibilità lavorativa.

Ci avete fatto credere che eravamo dei bamboccioni in cerca di un lavoro materno che ci desse solo la “sicurezza del grembo”.

Ci avete fatto credere di essere vecchi in una società giovane e piena di nuove possibilità. 

Ci avete fatto credere di essere signori di noi stessi e del nostro destino e che voi ci avreste dato le opportunità di vivere in modo più smart, come vi piace affermare…

Ci avete fatto credere che il nostro talento, le nostre aspirazioni, le nostre passioni e la nostra forte volontà di emergere sarebbero state ricompensate nel mondo del lavoro.

Ci avete fatto credere infine, quello che voi in realtà non siete.

Politici professionisti, presidenti societari, dirigenti d’impresa, manager irriducibili, reclutatori automatici, il vostro unico risultato è stato, ed è ancora, quello di svalutare non solo le capacità professionali, non il costo e la qualità del lavoro, ma la dignità stessa dei lavoratori sancita all’articolo 4 della Costituzione Italiana.

La struttura della società del lavoro che avete creato è pertanto incostituzionale. 

Avete tradito la virtù del lavoro. Avete tradito i vostri figli e i figli dei vostri figli. Avete tradito voi stessi e la vostra umanità e vi siete venduti come oggetti ad un sistema dissociante e dissennato.

Per un posto di lavoro sottopagato fomentate l’odio verso lo straniero, create conflitti tra le diverse fasce d’età dei lavoratori, fate scontrare i poveri con i più poveri, le donne con gli uomini, portate alla diffidenza verso il prossimo, all’invidia, all’emarginazione sociale, tradendo quindi anche i principi contenuti nell’articolo 3 della Costituzione.

Cosa è rimasto delle teorie sul lavoro ideale?

Cosa è rimasto delle vostre affascinanti orazioni sulle nuove forme di lavoro flessibili e concilianti con la vita e gli interessi personali e familiari?

Cosa è rimasto degli inebrianti discorsi sul grandiosa possibilità di vivere in un lavoro finalmente creativo e non più monotono e spersonalizzante?

Cosa è rimasto delle retoriche affabulazioni sulle nuove potenzialità di libertà e di affrancamento economico?

Detriti, ceneri, avanzi di parole, ciarpame di una realtà ben diversa. 

Un salariato, un operaio, deve lavorare per vivere, lavorare sodo, e a forza di ripetere il suo lavoro diventa un ingranaggio perfetto! Da operatore a parte meccanica esso stesso. 

Talvolta però accade che questa giottesca e tecnicamente evoluta ruota dentata della produzione si accorga che oltre le finestre appannate i fiori si aprono e si chiudono al ritmo della vita, che lo sguardo del gatto che dorme è più sereno del suo e che l’albero ondeggia danzando in una silenziosa melodia orchestrata dal vento.

Una volta scoperto questo, niente più riuscirà a distoglierlo dal risvegliare i suoi sensi all’esistenza.

A questo punto giunge la sua fine. 

Presosi del tempo per comprendersi, scorgerà la tanto pubblicizzata possibilità di ricostruirsi il proprio destino.

Illuso da un miraggio di libertà quindi fuggirà dalle sue catene di carta valuta alla ricerca di un nuovo lavoro che dia significato al suo sentire.

Ma la baldanza finisce alla finestra.

Appena uscito dal suo posto, si accorge che era parte di un cabalistico dispositivo di produzione di immagini, sogni e speranze di redenzione artificiose messe a punto per ricompensare le fatiche delle sue grevi carni con fantasmi di ristoro in paradisi feriali di beatitudine.

La ruota inizia ad arrugginire, si deforma; non più ingranaggio, non ancora Uomo. 

Non più utile, l’operaio diventa un rifiuto non riciclabile. Uno scarto meno funzionale e redditizio degli scarti fecali. Un problema, una seccatura, un ingombro al normale prosieguo della fabbrica sociale.

Immondizia della società del lavoro.

E’ questo che volevate? E’ questa la polis ideale? Siete consapevoli del vostro agire e delle vostre responsabilità?

Accuso ogni uomo e ogni donna che si riconosce partecipe in questa realtà di essere indegni di loro stessi. 

Accuso ogni persona di questa società, che si definisce civile, di essere solo l’ombra infame, distorta e sfocata di quella creatura divina, l’essere umano, che fu disegnata a sua somiglianza.

Accuso gli onorevoli politici di aver disonorato il loro mandato, di avere tradito lo stato quale insieme di cittadini che non tutela e di aver reso la collettività una merce senza identità.

Infine accuso me stesso per quello scritto sino a qui e per essere ancora così ingenuo da continuare a credere, nonostante tutto, che ci sia ancora speranza nella buona volontà e nell’intima bontà dell’uomo.