di Andrea De Benedittis 

Quanto appaiono lontani i tempi in cui ci si recava alle borse valori regionali e si acquistava una manciata di azioni, anche solo per la soddisfazione ed il diletto di sentirsi proprietari di un pezzetto di azienda! Ora invece sono sempre più numerose le pubblicità sul web ed alla televisione che sponsorizzano l’attività di trading online attraverso determinate piattaforme multimediali; molto spesso si posizionano negli spazi pubblicitari degli eventi sportivi, accostandosi in questo modo alle banali ed ordinarie scommesse; alcune di esse esplicitamente invogliano le persone ad investire copiando i trader migliori. Questo fenomeno, denominato “Social Trading”, è in rapida e continua crescita, ma, a discapito del nome, che intende richiamare gli aspetti innovativi ed entusiasmanti dei Social Networks, è potenzialmente una bomba ad orologeria.

Prima di tutto è necessario chiarire quali sono le differenze tra questi tipi di investimenti e quelli classici attuati da soggetti che non svolgono questo di professione. Prima, quando si diceva “giocare in borsa”, si intendeva l’attività di compravendita di azioni ed obbligazioni; il Social Trading invece si basa sul commercio di contratti derivati (il cui valore “deriva” appunto da indici sottostanti, che possono essere valute, materie prime ecc.); i derivati sono stati introdotti a partire dalla metà del XX secolo per finalità di copertura dai rischi finanziari, ma presto furono utilizzati per compiere speculazioni; la mole degli strumenti derivati è cresciuta esponenzialmente negli anni, ed attualmente in termini di capitale nozionale ha un valore di 700mila miliardi di dollari. E’ chiaro ormai che in questo modo vengono costruiti enormi castelli di carte di contratti derivati, i quali addirittura potrebbero copiarsi all’infinito se il Social Trading avesse successo. Ma qualora dovessero crollare a causa di qualsiasi tipo di oscillazione, ad essere colpita sarebbe l’economia reale, influenzata direttamente dall’andamento dei derivati e vittima destinata ed inconsapevole di questo mondo di speculazioni. Inoltre i profitti di questa attività sono limitati dalle commissioni pagate per l’utilizzo del sistema informativo e tutt’altro che sicuri, dato che il valore dei derivati è assai variabile e nemmeno i trader migliori sono in grado di predire il futuro. In compenso, i danni che possono essere causati all’intero sistema economico sono enormi. Le conseguenze, per esempio, di un leggero ribasso degli indici sottostanti potrebbero essere disastrose, poiché non solo amplificate da tutti gli speculatori operanti nel mercato, i quali quantomeno hanno coscienza di ciò che compiono, ma anche da tutti gli inconsapevoli emulatori, che supererebbero di gran lunga i trader veri e propri.

Alla fine gli unici a guadagnare realmente da questo sistema di investimento sono le piattaforme multimediali che gestiscono il tutto, e che hanno così tanta disponibilità economica da potersi permettere di invadere ogni spazio pubblicitario possibile. Per di più il Social Trading va contro ogni tipo di alfabetizzazione finanziaria (lo slogan utilizzato è: “guadagnare subito senza sapere nulla di trading”), assolutamente auspicabile in questi tempi dove ad ignari risparmiatori vengono fatte firmare obbligazioni subordinate ed in cui, in caso di crisi bancaria, la modalità di risoluzione si basa esclusivamente sul diretto coinvolgimento degli azionisti, obbligazionisti, e correntisti.

Usando una metafora bucolica, si rischia che il gregge, trascinato da alcune pecore spregiudicate e desiderose di erba fresca, finisca interamente in un burrone, ovvero che a causa della bramosia di facili guadagni di alcuni individui, l’intera società possa ripiombare in una crisi economica. In conclusione, è evidente che prima di fare qualsiasi tipo di investimento bisogna avere la coscienza e la conoscenza di ciò che si compie, e che è meglio diffidare da chi predica facili guadagni, siano essi siti web dal layout accattivante o fantomatici guru della finanza, perché, come Pinocchio ha scoperto a sue spese, l’albero degli zecchini d’oro non è mai esistito.