Ben Bernanke, presidente della Federal Reserve dal 2008 al 2014, ha vissuto in prima persona due tempeste finanziarie epocali: la crisi dei sub-prime in America e la crisi dei debiti sovrani nell’Eurozona. Il suo ultimo libro (The Courage to Act), ancora inedito in Italia, fornisce dei retroscena che potrebbero interessare il pubblico dell’Intellettuale Dissidente, specialmente riguardo la situazione dell’euro. Grazie a Bernanke (se leggiamo fra le righe…) è possibile capire con chiarezza le priorità economiche degli americani in Europa. Prima di tutto evitare l’uscita della Grecia o un’ implosione dell’euro perché questo potrebbe creare un Lehman effect (cioè un contagio letale nei mercati). Secondo, soccorrere le banche europee non per carità cristiana, ma per far sì che abbiano i dollari necessari per ripagare eventuali debiti contratti con istituzioni finanziare americane. Terzo, garantire che ci sia abbastanza liquidità fra le due sponde dell’Oceano Atlantico per far sì che si mantenga la politica di bassi tassi d’interessi a cui tanto tengono gli americani

Quando la FED, nel pieno della crisi, aveva pianificato di aiutare le banche europee (tramite aste di liquidità e scambi di valuta), Bernanke descrive un Trichet (l’ex presidente della BCE) preoccupato perché la situazione finanziaria potrebbe sfuggire di mano. Tale è la preoccupazione che Trichet prega a Bernanke di essere cauto con i suoi annunci di aiuto alle banche perché se i mercati leggessero tali annunci come una mossa disperata si alimenterebbe un panico generale. Questo dimostra quanto i banchieri centrali prestino particolare attenzione alle loro parole, dato che una virgola sbagliata può scatenare gli spiriti animali della finanza. Non a caso gli aiuti della FED alle banche europee sono rimasti piuttosto oscuri, tant’è che il Wall Street Journal ha definito queste operazioni come ‘il salvataggio segreto’ dell’Europa da parte della Fed. In un’interrogazione parlamentare, la risposta di Bernanke alla domanda su chi ha ricevuto miliardi di dollari della Fed sembra quella del finto scemo: “I don’t know”. Bernanke rivela anche che spesso contattava altri banchieri centrali per tagliare simultaneamente i tassi d’interesse in modo da mandare ai mercati ‘un segnale potente di unità internazionale’. Il fatto che serva una ‘unita’ internazionale’ la dice lunga su quanto i mercati finanziari siano diventati più potenti di qualsiasi stato sovrano. Bernanke, inoltre, confessa di essere deluso dalla poca disponibilità di Trichet nel ridurre il costo del denaro, ma attribuisce questa colpa alle pressioni dei paesi nord-europei (i tedeschi?) che sono poco inclini a qualsiasi politica che possa aumentare l’inflazione.

Bernanke non risparmia qualche critica a chi incolpa gli americani della crisi e del loro ‘cowboy capitalism’, perché spiega come le banche europee si fossero ingozzate di sub-prime ‘spazzatura’ senza tanti indugi. Bernanke cita il caso di BNP Paribas e la critica per avere bloccato dei fondi subprime che hanno intensificato la crisi e il panico nei mercati. Inoltre Bernanke rivela come l’operazione di scambio di valute (il swap line) sia stato usato assieme alla BCE per salvare la Fortis, banca Belga esposta pericolosamente a CDOs ‘spazzatura’ e vicina alla bancarotta. Bernanke spiega che l’operazione della Fed nell’aumentare la circolazione di dollari in Europa ha contribuito alla globale stabilità finanziaria.

Altro esempio della forza incontrollata dei mercati riguarda il caso della Grecia. Quando Papandreou nell’ottobre del 2009 ha scatenato il panico rivelando i conti farlocchi del governo, la mancanza di un’ unione fiscale nell’eurozona ha portato a 7 mesi di totale indecisione sul da farsi. In quei mesi i mercati hanno potuto sfogarsi svendendo titoli di stato dei paesi in difficoltà e comprando i Credit-Default Swaps per assicurarsi in caso di default, aumentando dunque il famigerato spread. La decisione di salvare la Grecia è avvenuta solo nel 2 maggio del 2010 con un primo bailout della Troika. Eppure Bernanke ci dice che i mercati non furono abbastanza soddisfatti: “Nonostante il bailout di 110 miliardi del 2010 i mercati hanno giudicato l’azione europea come vaga ed insufficientemente ambiziosa…. Il bailout del 2 maggio ha fatto troppo poco per migliorare il costo del denaro per il Portogallo e l’Irlanda, i cui tassi d’interesse aumentavano vertiginosamente’. Ma per Bernanke il vero pericolo per l’implosione dell’eurozona è stato quando i mercati hanno cominciato ad attaccare un’economia too big to bail, ovvero l’Italia.

Che cosa ha evitato l’implosione dell’eurozona? Per Bernanke la risposta è Mario Draghi. “Per me uno dei più importanti sviluppi in Europa fu un cambiamento nella leadership della BCE”, afferma Bernanke. Sostiene, infatti, che l’austerity e la stretta monetaria di Trichet non erano sufficienti per placare i mercati. Bernanke ci dice che Trichet, non essendo un economista di preparazione, “sembrava troppo incline ad accettare l’approccio moralistico della politica macroeconomica divulgata da molti paesi nord-europei” (ovvero l’approccio protestante dei tedeschi nel punire le cicale e premiare le formiche). Draghi, invece, secondo Bernanke, era familiare col paradigma neo-Keynesiano secondo cui bisogna aumentare la domanda in una recessione. Bernanke ci rivela che i tedeschi erano contrari nel 2011 a sostituire Trichet con Draghi, poiché temevano che, per via della sua nazionalità, avrebbe favorito l’acquisto del debito sovrano tanto detestato dalla Bundesbank. Ma per Bernanke Draghi è riuscito a conquistare la sua posizione corteggiando i media tedeschi e ottenendo la fiducia della Merkel. Conquistandosi nuove alleanze per avere il supporto necessario nelle misure più controverse, Draghi è riuscito ad effettuare politiche espansive come la riduzione del costo del denaro e l’acquisto di debito sovrano (il QE). “L’attivismo di Draghi” – scrive Bernanke “ha fatto sì che le banche europee avessero accesso essenzialmente illimitato a fondi [di rifinanziamento] a poco prezzo”. Ma ciò che ha veramente evitato che le cose andassero per il peggio, dice Bernanke, è il noto ‘whatever it takes’ del 2012 che ha assicurato i mercati che la BCE era pronta ad intervenire come prestatore di ultima istanza (e questo ha veramente abbassato lo spread italiano). Per Bernanke questo “è un meraviglioso esempio del potere di comunicazione dei banchieri centrali”. Ciononostante, per Bernanke, la crescita in Europea è rimasta debole a causa di una politica fiscale troppo ristretta e perché la BCE non ha un doppio mandato come la Fed di inflazione e occupazione (riducendo quindi sfere di competenza in quel di Francoforte).

Ricapitolando quali sono le linee generali che possiamo trarre da Bernanke?

-Che l’indecisionismo europeo nei momenti cruciali della crisi permette ai mercati di azzannare le caviglie dei paesi in difficoltà.

-Che all’interno della BCE Draghi riesce a contrastare i cosiddetti ‘falchi’ della Bundesbank grazie al supporto degli americani

-Che il sistema monetario-bancario europeo dipende totalmente dalla FED per la sua sopravvivenza. Tale condizione continuerà finché il dollaro rimane la valuta di riserva di tutte le transazioni più importanti, poiché garantisce alla Fed il potere del signoraggio.

– Che nel sistema finanziario si è compiuta la profezia di Heidegger sulla tecnica (il Gestell), ovvero il dominio sull’uomo di meccanismi incontrollati ed impersonali. Un dominio tale che né i banchieri centrali né gli Stati riescono a frenare, e ciò li costringe (come se fossero intrappolati in un panopticon, dunque impossibilitati a sfuggire alla sorveglianza) ad aggiustare i loro discorsi e le loro politiche al compiacimento dei mercati.