In un articolo apparso nell’edizione online del Financial Times di domenica scorsa, uno degli editorialisti di punta del prestigioso quotidiano economico britannico,Wolfgang Munchau, esprime forti perplessità non solo rispetto all’idea che la politica economica del governo Renzi possa mettere al riparo l’Italia da ulteriori crisi economiche, ma anche rispetto alla fondatezza della permanenza del Belpaese nella moneta unica. Alcuni lettori potrebbero commentare questa notizia affermando: “E allora? Non è mica una novità che l’adozione dell’euro sia stata un disastro per l’economia italiana”. Ciò è verissimo, eppure va anche considerato che in una società fortemente mediatizzata come l’attuale, un’affermazione non ha valore in sé, o meglio, non solo in sé, ma anche in funzione di chi la pronuncia; una sorta di versione, potremmo dire, “degradata” del concetto di auctoritas che tanto peso aveva nella scolastica medievale, perché allora, a differenza di oggi (almeno tra i veri ricercatori del vero), una tesi logicamente errata difficilmente poteva essere accettata solo perché attribuita all’Aristotele o Platone di turno. Nella nostra società invece, anche una bugia palese può essere fatta passare per verità se propagandata nel modo giusto: potere degli spin doctor

Comunque, torniamo all’articolo di Munchau. L’editorialista sostiene che l’Italia sia totalmente impreparata all’impatto della bassa crescita di Cina e paesi emergenti sull’economia nazionale, la quale è passata dallo 0,4% dei primi tre mesi del 2015 al 0,3% del secondo ed infine allo 0,2% del penultimo trimestre dell’anno. La conclusione che Munchau trae rispetto alla reale causa di un andamento economico così desolante non potrebbe essere più esplicita e per questo merita di essere tradotta dall’inglese e fatta conoscere ai lettori (corsivo del sottoscritto): “La capacità dell’Italia di mantenere un sano tasso di crescita è un fattore fondamentale: per la stabilità politica del paese, per i suoi giovani con nessuna speranza di trovare lavoro, per la sostenibilità del suo debito pubblico ed in particolare per il suo futuro nell’eurozona. L’euro non ha portato all’Italia altro che stagnazione. Il tasso di crescita reale del PIL è oggi allo stesso livello che all’inizio del 2000, un anno dopo che l’euro fu introdotto. Il PIL oggi è del 9% inferiore ai livelli pre-crisi dell’inizio del 2008. Se il paese non riesce ad emergere energicamente da questa recessione, è difficile capire come esso possa rimanere nell’eurozona. Ad un certo punto potrebbe essere nell’indiscutibile interesse economico del paese di abbandonarla e svalutare.

Dopo tutto il polverone alzato in merito alla necessità di mettere in atto le famigerate riforme, il Financial Times stesso, la “Bibbia” degli investitori internazionali, per bocca di un suo editorialista di punta, afferma che alla fin fine forse sarebbe meglio che l’Italia pensasse seriamente ad uscire dall’euro e ad attuare una di quelle svalutazioni competitive tanto vituperate dalla propaganda eurista nostrana! Ma Munchau non si ferma qui; arriva addirittura a considerare come “una delle più sbalorditive affermazioni economiche” che egli abbia mai sentito da lungo tempo quella del consigliere economico di Renzi, Yoram Gutgeld, secondo cui le riforme attuate dal governo metterebbero l’Italia al riparo dai sommovimenti economici globali per il periodo dei prossimi 12/24 mesi. Secondo Munchau, non solo l’Italia corre oggi più che mai il pericolo di essere travolta dal rallentamento dell’economia mondiale a causa della sua bassa crescita, ma anche di non essere più capace di rimanere ancora a lungo nel club dei paesi dell’euro (e ciò, a giudizio di chi scrive, nel male sarebbe un bene se portasse il paese ad uscire dalla trappola della moneta unica), in virtù di tre ragioni ulteriori: 1) la summenzionata crescita asfittica dell’economia; 2) la crisi del sistema bancario nazionale, oberato da un alto numero di crediti “non-performanti”, ovvero difficilmente riscuotibili, il quale ha raggiunto il 10% del totale; 3) la scelta di Renzi di adottare politiche fiscali appetibili per gli elettori, come il taglio delle tasse sulla prima casa, invece di altre che, come la riforma della pubblica amministrazione o del sistema giudiziario (effettivamente in crisi), a giudizio di Munchau sarebbero più efficaci per far ripartire l’economia.

In conclusione, nonostante tutti i fiumi di inchiostro spesi per convincere gli italiani che solo attuando un piano di riforme in linea con le direttive di Bruxelles sia possibile far uscire il paese dalla stagnazione, nel momento in cui si guarda all’economia italiana da un punto di vista distaccato, emerge che il vero problema dell’Italia è l’essere legata a doppio filo al carrozzone dell’euro e del sistema economico, politico e culturale di cui esso è espressione.