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Tempo fa è scoppiata una polemica da social, commistione fra gossip e rivendicazione sociale, attorno alla figura di Gianni Morandi. La pagina facebook del cantante, recentemente tornato popolare grazie alle misteriose dinamiche del web, è stata bersagliata da commenti di protesta scaturiti dalla pubblicazione di una foto: Morandi che fa la spesa, di domenica, accompagnato dal suo inseparabile ed ignaro sorriso. La foto è stata presa di mira da centinaia di internauti indignati, che protestavano per l’immoralità del gesto del cantante. Per la maggior parte lavoratori della grande distribuzione, da tempo, seppur timidamente, sul piede di guerra per il peggioramento delle condizioni di lavoro causato dalla liberalizzazione degli orari. Il caso, apparentemente irrilevante, è prontamente rimbalzato sui media, occupando una folta schiera di commentatori illustri in opinioni spesso frivole e superficiali. C’è chi come al solito se l’è presa con la violenza del web, chi con il corporativismo, chi con l’ingratitudine impertinente di chi ha la fortuna di avere un lavoro nella giungla della disoccupazione. Passato il polverone, quasi nulla è rimasto nell’opinione pubblica di una questione tanto controversa ed urgente, che meriterebbe di essere discussa in luoghi ben più consoni di una foto di Morandi. Il vaso di Pandora scoperchiato dall’insospettabile post si è richiuso senza quasi lasciar traccia. Eppure, il problema resta in tutta la sua drammaticità: il processo di liberalizzazione del commercio avviato dall’autodefinitosi “più liberale di Renzi” Bersani prima, e dal governo Monti poi, ha radicalmente trasformato il settore della distribuzione, causando effetti devastanti non solo sul lavoro, ma anche sui modelli di consumo e sulla struttura degli operatori, avvantaggiando alcuni e schiacciando gli altri.

Mario Monti parla da Premier delle resistenze alle liberalizzazioni, da superare con “determinazione e tenacia”

Per quanto riguarda il lavoro, le sacrosante proteste dei lavoratori costretti a orari più lunghi, festivi non pagati e flessibilità totale, vengono soppresse dal coro bipartisan dei liberali nella violenza di false argomentazioni. Su tutte, quella della creazione di nuova occupazione grazie al prolungamento degli orari di apertura. Tesi pretestuosa e mai dimostrata, che si scontra con l’impietosa realtà di condizioni di lavoro enormemente peggiorate per gli addetti già assunti, e con i dati sui consumi che naturalmente non crescono, ma al massimo si spalmano su più giorni, in conseguenza degli orari più lunghi. Inoltre, l’altro effetto perverso e sottovalutato della deregolamentazione degli orari è quello di far prevalere, nei processi di concorrenza, determinati modelli di distribuzione a discapito di altri. Banalmente, i bottegai e le piccole attività commerciali difficilmente hanno addetti a sufficienza per restare sempre aperti, e perdono senza appello la lotta già di per sé impari con i giganti della distribuzione. Questo, al di là di come la si pensi, ha un effetto negativo sul numero di occupati del settore, poiché, grazie alle economie di scala, il lavoro necessario a parità di fatturato è di gran lunga minore nella grande distribuzione. Non solo. In un Paese come l’Italia, animato dalle Alpi fino a Modica da gioielli culturali e architettonici diffusi, un modello di commercio basato su enormi capannoni aperti ventiquattr’ore contribuisce a svuotare i centri storici dall’ultima linfa vitale che li attraversa, riducendoli, nella migliore delle ipotesi, a bomboniere inanimate per turisti. E’ la modernità, bellezza!

shopping

Il centro commerciale aperto la domenica, tempio della post-modernità annoiata.

In un mondo flessibile e dinamico si produce e si consuma senza orari, si vive, si dorme, si ama senza orari né certezze. In questo contesto, dobbiamo essere liberi, alle tre di notte, di poter passare a comperare una porzione di insalata in busta, magari appena dopo aver incassato i tre euro sudati consegnando un kebab in bicicletta. La storia procede inesorabile, scandita dalla religione del Mercato (l’unica a non prevedere riposo), e ogni tentativo di cambiarla, ogni battaglia politica, è considerata “antistorica”, irrazionale, impossibile. “La politica non serve a niente”, arrivano a scrivere i liberisti più arditi, assecondando la rassegnazione nichilista del (fu) cittadino medio. Com’è possibile pretendere di regolare gli orari dei negozi, in un mercato dove le transazioni corrono veloci sulle pagine di internet, dove la domanda e l’offerta si incontrano clandestinamente tramite applicazioni sul cellulare? Com’è noto, la retorica del web e della sharing economy ha contribuito non poco ad alimentare questa narrazione, in linea con il diktat thatcheriano del “there is no alternative”. È un atteggiamento palesemente ipocrita, disonesto e strumentale agli interessi di parte. Cambiare e regolare il mercato, dai supermercati fino ai colossi dell’e-commerce, non solo si può, ma si deve. Lo dimostrano i pochi esempi isolati di resistenza, come la provvidenziale sentenza contro Uber o i limiti – minimi – imposti alle aperture da alcuni enti locali.

Uber, simbolo della new economy fondata sulla disintermediazione delle transazioni economiche.

Nessun mercato può esistere senza regole, e la natura di queste regole determina il suo funzionamento e il suo contributo al benessere collettivo. L’ultima giustificazione alla deregolamentazione, la più laconica e ricorrente, è che i supermercati stanno aperti la domenica perché la domenica le persone li frequentano. Domanda e offerta si incontrano pacificamente, e impedirlo sarebbe un’intromissione indebita. Basterebbe fare altro, una passeggiata al parco o una gitarella fuori porta, poiché nessuno obbliga nessun’altro a comprare di domenica, o a Natale, o il primo maggio; siamo, tutti, liberi di non farlo. Un’argomentazione vuota, che nasconde la visione ideologica di un individuo indipendente dalle regole della comunità, libero di scegliere ed autodeterminarsi a prescindere da essa.

La libertà – diceva Gaber – è alla portata di tutti, come la chitarra. Ognuno suona come vuole, e tutti suonano come vuole la libertà.

Buona domenica, e buona spesa.