La strada verso la vittoria alla nomination delle primarie del Partito Repubblicano è tutta in salita per Donald Trump. Un po’ a causa delle sue boutade, un po’ a causa di attacchi gratuiti da parte del così detto establishment. Recentemente lo stesso Papa Francesco ha levato una voce evangelica, intonata su toni caritatevoli sugli annunci mediaticamente molto forti di erigere un muro al confine tra Messico e Stati Uniti, indicazione che più volte il magnate americano ha urlato dai palchi dell’Alabama o direttamente dal dibattito televisivo. Una strategia per conquistare i voti del profondo sud e di un elettorato conservatore. I  muri, oltre a essere irricevibili, non servono. Ma l’immigrazione non è tutta uguale, non fa necessariamente bene all’economia. Questa naturalmente è la posizione di Trump e di molte persone che non ritengono radicalmente benefiche l’applicazione delle regole del libero mercato. E infatti la stessa classe dirigente del Partito Repubblicano a partire da Jeb Bush accusa Trump di “essere un falso conservatore” forse sopravvalutando questo newyorkese con il cappellino da baseball, simbolo dell’antipolitica e desideroso di restaurare la grandezza dell’America

Ma Donald Trump non esce da un romanzo di Orwell e, sebbene egli sia politicamente maldestro e pensi più a strappare l’applauso facile magari con qualche battuta volgare, piuttosto che a porsi come leader e stratega del domani, vi sono ragioni profonde, appelli, dichiarazioni- per esempio sulla sanità- che fanno trapelare molto più acume da parte dell’outsider che non dell’establishment. E non a caso, i numeri per adesso stanno lì a dimostrarcelo. Da un recente sondaggio pare che Trump sia il preferito tra gli americani su temi legati all’economia. Secondo il 57% dei votanti repubblicani alle primarie il miliardario sarebbe l’unico a gestire l’economia in modo adeguato. Le ragioni della Trumpmania sono l’espressione legittima di un paese in crisi d’identità, dove le diseguaglianze seppur attenuate dalle riforme di Obama, continuano a incidere sulle classi medie. Quelle che fino a qualche tempo fa credevano all’eguaglianza di opportunità, alla libertà, all’individualismo. E pensavano che dovessero essere gli altri paesi, gli scandinavi, i popoli mediterranei e tutto il resto del mondo a dover assomigliare a loro. Nel frattempo sono sorte nuove classi sociali, la così detta working class, ma white, bianca la quale si sposa meno rispetto a prima della crisi, fa meno figli e ha visto perdere posti di lavoro. Paradossale osservando i tassi di disoccupazione americani (5%) e la ristrutturazione che Obama è riuscito a implementare, a livello federale, risollevandosi dalla grande recessione. Eppure le diseguaglianze sono cresciute, hanno amplificato la polarizzazione di come è distribuito in America il reddito, tant’è che più di una volta Trump ha posto l’accento sullo squilibrio tra ricchi e poveri, sul fatto che queste stesse classi sociali bianche, caratterizzanti delle piccole città alla periferia delle grandi e lucenti metropoli, non hanno visto più di tanto smuovere la propria situazione socio-economica.  La loro distribuzione è più statica che dinamica, ferma e cristallizzata agli anni “70. E’ in questo elettorato che ha paura della Cina, dell’immigrazione, dell’islamismo radicale- che Trump scava, cogliendo importanti consensi

Il “re del mattone” ha avuto quanto meno l’acume di capire che una visione prettamente ortodossa dell’economia non poteva più essere una valida soluzione da offrire al proprio elettorato di appartenenza. Specularmente, sull’altro fronte, Bernie Sanders con un linguaggio più sofisticato, in realtà non si discosta poi di molto dalle ragioni che stanno alla base del “trumpismo”. Guardiamo per esempio alla proposta di elevare il salario minimo. Cosa vuole significare un salario minimo più elevato se non un disincentivo, una barriera, una protezione sul mercato del lavoro per immigrati con bassa qualificazione? Anzi: chiamiamolo pure muro

Il fatto poi che queste critiche innestate sulla crisi medio-orientale, sullo stallo obamiano- che per la verità perdura dal 2011- su una prospettiva non così salutare dell’economia americana più preoccupata di quello che potrebbe accadere su altri sistemi macroeconomici e, in particolare sui paesi emergenti, piuttosto che sulle proprie dinamiche interne- dove non è affatto scontata l’emersione di una nuova bolla del credito- e da qui l’accusa del duo Trump-Sanders sul sistema finanziario e sulle manovre della Fed- non fanno altro che amplificare il problema. Come l’outsider socialdemocratico anche Trump sul sistema finanziario ha dichiarato la volontà di voler tassare Wall Street, colpendo gli hedge fund, fondi speculativi che  negli Stati Uniti sono prescritti per investitori con un patrimonio di almeno un milione di dollari

C’entra poco il fascismo populista, la demagogia, l’eccezionalismo americano che pure ha una sua componente anche efficace per spiegare questo sbrigliato neo-leaderismo. Quello che conta sono le istanze che una parte di americani -grazie (o a causa) di queste persone- sta portando avanti. E non vi può essere immunità quando la maggioranza silenziosa, vacua di associazionismo e di corpi intermedi, si fa sentire. Ad essa andrà pur data una risposta sebbene i tempi siano cambiati, le ambizioni attenuate e l’impero del bene abbia armi spuntate rispetto a quelle di  cui poteva usufruire nell’immediato dopoguerra. Il prossimo Presidente degli Stati Uniti, chiunque esso sia, ne dovrà tenere da conto.