Che l’Europa sia attanagliata da una tremenda crisi demografica non è una novità. Non c’è nessun paese membro dell’Unione Europea che mantenga un tasso di fertilità pari al 2.1 figli per donna, il “livello di sostituzione” indicato dai demografi come il tasso che permette ad una popolazione di rimanere stabile nel tempo. L’Irlanda e la Francia, le terre più “feconde” della vecchia Europa, faticano a non scendere sotto la fatidica soglia del due (1.96 e 1.98 rispettivamente nel 2014 – fonte OCSE).  L’Italia, uno dei fanalini di coda, è rimasta inchiodata, nel 2014, ad uno sconsolante 1.37, record negativo assoluto stando agli annuari statistici (Istat). Persino durante l’ultimo conflitto mondiale il nostro paese era demograficamente più prospero.

La crucialissima questione del tracollo demografico, che determinerà, con ogni probabilità, la fine del welfare state come lo conosciamo (sanità e previdenza sociale scricchiolano già rumorosamente), fa fatica a trovare spazio nell’arena del dibattito pubblico. Nei mesi scorsi sono state le autorità europee, e qualche politicante nostrano, a tirarla fuori dall’oblio in cui latita immeritatamente. Impotenti di fronte agli sbarchi di massa, da Bruxelles si consolavano vedendo nello strabordante problema dei flussi migratori la soluzione alla vecchiaia che incede in Europa. Soluzione, si fa per dire, che poggia su un discutibilissimo assunto, ovvero che immigrati e rifugiati siano in grado, nel lungo periodo, di rimanere immuni dalla contagiosa infertilità che più che una radice economica sembra avere una radice morale-culturale tutta occidentale. A chi sostiene che la crisi demografica sia infatti una stretta conseguenza della recente crisi economica rispondono le impietose statistiche che mostrano come il vero crollo si sia verificato da quaranta, cinquant’anni a questa parte. Periodo, quello degli anni Settanta, in cui l’Europa godeva dei frutti del boom economico post-bellico ma già era stordita dai veleni della rivoluzione sessuale, diffusione di massa delle pratiche contraccettive in primis.

L’assenza o l’insufficienza di un welfare pro-famiglia, in una società sempre più post-moderna, è una spiegazione parziale all’infecondità in cui è impantanato il Vecchio Continente. È vero che i paesi che mantengono un’elevata (ed efficiente, come si suol dire) spesa pubblica, con agevolazioni e assegni familiari, presentano una demografia relativamente più favorevole di quella italiana. Finlandia, Danimarca e Svezia, ad esempio, si attestano su 1.6-1.8 figli per donna, una media assai modesta, mentre la Germania, con la sua ricca economia sociale di mercato, è ferma a 1.4, poco meglio dell’Italia. Il sospetto è che le variabili determinanti non siano da ricercarsi principalmente nelle disponibilità economiche ma, come già detto, nel dato culturale e morale. Ovvero, nell’esasperante egualitarismo di genere che propina la visione di una donna realizzantesi prima di tutto nella carriera e poi, forse, se c’è tempo, nella maternità (sindrome del figlio come ciliegina sulla torta); nella mentalità del disimpegno che svilisce il matrimonio e spinge per forme di unione precarie e non definitive, né definite, che non incoraggiano certo ad una prole numerosa; nell’indisponibilità al sacrificio (per egoismo o mancanza di coraggio) che la paternità ha sempre comportato. Un tempo i figli si facevano con o senza i sussidi statali; ora che con la scissione radicale di sessualità e procreazione è divenuto possibile decidere se, quando e come farli, e considerata anche la proliferazione dei (falsi) bisogni indotti dalla società consumistica, è naturale che la scelta della paternità venga spesso subordinata alla presenza di soldini nel salvadanaio che, ovviamente, non sono mai abbastanza.