di Cristiano Vidali 

Alla compulsiva evoluzione storica delle pratiche umane, da sempre assiste silenziosamente un vulnerabile virgulto dell’eternità: la Natura. Sventuratamente, chi non ha voce non può esibire il proprio dolore, ma ciò non consente in alcun modo di abdicare alle cure che ad ogni sofferente quiete si devono. Nessun momento, allora, è inappropriato per accompagnare l’attenzione sull’importanza della questione ecologica, finora appartenuta solo alle minoranze, pur trattandosi di un punto decisivo, ovvero la valutazione di una possibile compatibilità fra le contemporanee tendenze del mercato e la sopravvivenza dell’ecosistema che di tutto è imprescindibile condizione.

Dal secondo dopoguerra fino agli anni ’70, gli incrementi produttivi delle economie occidentali sono stati ottenuti con una più efficiente organizzazione della produzione e con l’introduzione costante di nuovi strumenti tecnici, soluzioni che hanno consentito un allentamento della pressione lavorativa in termini di durata ed intensità. Se la storia ha potuto ingenuamente assistere al mendace  attenuamento, se non l’estinzione, del conflitto capitale-lavoro, a ciò si affiancava nondimeno uno sfruttamento delle risorse ambientali senza attenzioni o vincoli d’alcun genere. Quella novecentesca è stata un’appropriazione di beni naturali senza precedenti, sia per l’inaudita intensità di tale processo, sia per le modalità totalmente inedite che l’hanno caratterizzato – il passaggio dalla falce alla mietitrebbia non è esattamente analogo a quello dalla mietitrebbia ai fertilizzanti chimici. Con l’intransigente necessità di crescita da parte del sistema economico, unica fatua soluzione a povertà e disoccupazione, il tradizionale binomio del conflitto si rinnova, inglobando questa volta la Natura come corrente vittima estensiva del capitale. A quello che con tutta evidenza è un problema, data la minaccia costante agli equilibri che regolano l’ecosistema, oltre che di un’irrimediabile esaurimento delle risorse naturali, la classe liberale propone come confidente soluzione l’assillante efficienza allocativa del mercato, che, per mezzo di un cosciente aumento dei prezzi, razionerebbe le risorse scarse, oltre ad indirizzare a fonti di produzione alternative. Eppure, l’incondizionato individualismo come sola base critica dell’arricchimento e l’ovvia preferibilità di un beneficio economico immediato, dato il suo potenziale reinvestimento, sono due limpide forme di cecità che ostruiscono la suddetta efficienza ed impediscono preventivamente qualsiasi coscienziosa considerazione riguardo al lungo termine e la collettività, tanto più se i mutamenti di mercato sono all’insegna di instabilità e rapidità. Ora, la necessità non negoziabile di crescita costante ed il razionamento dei beni come soluzione computata solamente per un numero finito di opzioni già esistenti, rendono la nozione di scarsità assoluta totalmente inconcepibile all’ottica di mercato. Allo svuotamento del patrimonio comune, il cui degrado quantitativo diventa una differenza qualitativa, il bilancio dei costi, incapace di stimare risorse assenti, o l’incremento d’efficienza per mezzo di nuovi diritti di proprietà sono entrambi strumenti inadeguati per far fronte a quello che è il fatale destino di uno sfruttamento intensivo privo dei vincoli che solo organi esterni possono porre.

E così si squarcia il menzognero velo di Maya che da troppo tempo ricopre il settore primario, stimato nel Pil mondiale inferiore al 15%, ma de facto indispensabile per tutto il resto della produzione e per la sopravvivenza degli agenti produttivi stessi. Come dal paradosso del diamante e l’acqua, a sgretolarsi è l’elementarità del valore derivato da utilità e scarsità di fronte all’evidenza che ciò è vero solo in termini di relativismo, paradigma assiologico del mercato, ignaro di beni dei quali, indipendentemente dal valore, non si può fare a meno. Segnati da questa miopia, della crisi della linfa petrolifera, che ha vitalizzato tutta la recente industrializzazione occidentale, si è cominciato a discutere solo a partire dai primi anni ’70 e da allora, con la tipica inerzia concettuale del mercato, nessun confronto ha saputo partorire qualcosa di più delle misere risposte convenzionali su come le risorse naturali siano meno scarse di quanto si pensi, sulla necessità di una faustiana fiducia nelle capacità di tecnologie avveniristiche che consentiranno impieghi più efficienti, oltre alle insaziabili possibilità di sostituzione di una risorsa per l’altra. Quest’ultimo punto si appella, in particolare, all’alternativa raggomitolata nel dimenticatoio dell’energia nucleare, posizione che ostenta il proprio ottuso carattere ideologico nella povertà analitica. Il ricorso all’energia nucleare, infatti, dimentica sempre di menzionare la svantaggiosità economica della stessa, tanto più che le sue introduzioni furono sempre dovute ad interessi militari e la sopravvivenza ne fu garantita solo con sussidi statali, alla ventuplicazione delle centrali attualmente esistenti per far fronte ai consumi energetici oggi pretesi, oltre alle difficoltà di una sua applicazione nei casi di piccoli consumi e il puntuale logoramento dei margini di controllo su attività governate esclusivamente da processi di mercato.

La sola proposta alternativa a quella di mercato, presa coscienza della finitudine che a lungo termine affeziona ogni risorsa od ente esistenti, è stata quella di ridurre lo sfruttamento di risorse solamente a quelle rinnovabili, ovvero potenzialmente conservabili identiche a se stesse. Ciò a cui questa menzione fa tradizionalmente riferimento è l’energia solare, soluzione che desta sempre una certa perplessità per problemi d’efficienza analoghi a quelli sopra elencati. D’altra parte, se concepite in un più ampio sistema entropico, ogni forma di energia è a lunghissimo termine in via di esaurimento, senza eccezione per quella solare. In questa prospettiva, la questione sembrerebbe rinsecchita alla scelta fra un breve periodo di godimento o una pseudo-eternità di astinenza. La questione che né tale proposta, né tantomeno quella liberale sembrano centrare è la possibilità di arrestare il sistema di mercato. Finché la crescita è un’esigenza imprescindibile, ogni discorso su una responsabilizzazione degli agenti è puro flatus voci, perché il mercato stesso non può che aderire alla propria tendenza per perpetuare se stesso. Ebbene, è proprio questa illiceità necessaria che non può essere accettata, che un meccanismo erosivo non abbia alcuna governabilità e che il suo incondizionato sviluppo sia sufficiente a minare l’esistenza autonoma della vita stessa; che la folle corsa del mercato abbia la collisione inscritta nel proprio destino, le cui conseguenze ed implicazioni collettive sarebbero fatali. È già da sempre troppo tardi per asciugare le lacrime di Gea, medicarne le cicatrici e far sì che il ritmo di un respiro non sia congestionato dall’aritmia della moneta.