Per la prima volta dopo anni la Germania viene richiamata dalla Commissione Europea per l’eccessivo surplus commerciale. “Dovete fare investimenti”, dice Juncker. Sì ma Schauble non ci sta. Come un bambino viziato si ficca le dita nelle orecchie urlando in maniera impertinente. Non vuole nemmeno sentirlo: “controllate altri Paesi”, dice. Sul fatto che anche altre economie dell’Eurozona non stiano poi così bene non gli si può dar torto. D’altro canto però non si può nemmeno confutare il fatto che proprio a causa della Germania il progetto Euro sia stato compromesso, con effetti collaterali devastanti sulle economie vicine, in particolare quelle mediterranee. È la sempre la solita pretesa tedesca: tutto è dovuto, “io so’ io e voi non siete un [cavolo]” e comunque fate le riforme. A spezzare l’eterno ritorno ci pensa Renzi, carico di testosterone come non mai per l’imminente referendum, che ribatte:

“Al signor Schauble che dice che bisogna controllare i bilanci degli Stati, dico che bisogna iniziare dalla Germania, che ha un surplus commerciale che è contro le regole e di cui non parla nessuno. Cominciamo dal tuo bilancio, caro Schauble”.

Parole parole, canterebbe Mina, ma d’altronde più di questo non si può chiedere ragionevolmente: inasprire i toni porterebbe a turbolenze sui mercati che, in caso di vittoria del NO, farebbero cadere malamente da cavallo Renzi. Nel piacentino direbbero “piuttosto che niente è meglio piuttosto”.

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La bilancia commerciale tedesca in milioni di euro, il cui surplus è esploso a partire dai primi anni Duemila (Fonte: Tradingeconomics)

La questione del surplus commerciale tedesco doveva, prima o poi, essere affrontata: nel 2016 l’avanzo corrente si è attestato all’8,8%, ben oltre il limite del 6% imposto dai trattati europei. Tale limite, peraltro, viene sforato dal 2011 pacificamente: sarebbe impensabile immaginare lo stesso trattamento per il deficit di bilancio italiano. Perché è così importante questo avanzo commerciale teutonico? La Germania esporta una eccessiva quantità di prodotti (in rapporto al PIL più della Cina) esportando di fatto deflazione in tutta l’area Euro (e non solo). In parole povere i tedeschi hanno puntato, a partire dai primi anni 2000, sulla svalutazione dei salari attraverso le riforme del mercato del lavoro Hartz con il dichiarato obiettivo di guadagnare competitività. Non va dimenticato che Berlino, come Roma, Parigi, Madrid eccetera, ha adottato una moneta comune, l’Euro, che ha un valore nominale uguale per tutti gli Stati aderenti. Non potendo rendere più appetibili i propri prodotti attraverso la svalutazione della moneta ha virato sugli stipendi, andando a creare il bacino di sottoccupati più grande d’Europa, quello dei mini-jobs. Tutto questo ha comportato la stagnazione della domanda interna di beni dato che la disponibilità economica dei cittadini è crollata. Di spesa pubblica non se ne parla, visto che i tedeschi godono di un surplus di bilancio consolidato ormai da tempo.

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I saldi Target 2, il sistema di pagamento interbancario della zona euro. Mentre il surplus della Germani è quasi tornato al record dell”estate 2012, il deficit italiano ha toccato un nuovo record negativo lo scorso settembre.

È proprio questo uno dei dati che comincia a puzzare a Bruxelles: perché non utilizzare le disponibilità finanziarie per gli investimenti che sono fermi da una decina d’anni? I tedeschi però hanno il paraocchi e vedono solo la parola “esportazioni”. L’enorme surplus commerciale comporta un eccessivo aumento delle importazioni intra-UE, principali partner, e un affossamento delle aziende esportatrici di questi Paesi. Ecco che i competitors devono adeguarsi alla svalutazione salariale, introducendo flessibilità, precarietà e retribuzioni compresse (Jobs Act e Loi Travail vi dicono qualcosa?). La deflazione salariale tedesca quindi si diffonde in tutta l’area Euro e, in parte, verso il resto del mondo, diventando deflazione di natura monetaria. Per questo i tedeschi dovrebbero pensare a quell’8,8% e ridurlo, attraverso politiche inflazionistiche ad esempio: pura utopia al giorno d’oggi. Non ci pensano nemmeno a Berlino di rinunciare all’enorme vantaggio competitivo guadagnato con la moneta unica, in un clima in cui timore reverenziale e omertà sono una costante loro amica. Ciò che dovrebbe preoccupare è che lo squilibrio di natura economica (import-export) si sta scaricando sulla sfera finanziaria, minata dal perverso sistema Target2, in cui la Germania ha accumulato un credito incommensurabile nei confronti delle altre economie dell’Eurozona. Ma Schauble, come detto, non ci sta. Fa la voce grossa, sente l’impero crollare e, con lui, la globalizzazione tanto amata. Guardate a casa vostra, guardate alla Grecia che “sta vivendo al di sopra delle proprie possibilità”. Sì, ancora nel 2016, dopo la carneficina umanitaria perpetrata dal 2010, dopo il documento del FMI che ha chiesto simbolicamente scusa agli ellenici per grossolani errori di valutazione. Povera Grecia, immolata per quello che Keynes non avrebbe esitato a definire “l’incubo del contabile”. Certo, un incubo in cui compaiono solo europei mediterranei e non biondi tedeschi, ma sicuramente un brutto sogno che, se applicato anche alla gestione Schauble-Merkel taglierebbe senza dubbio le gambe ad un sistema economico parassitario e assuefatto dai compromessi meccanismi europei.

E il naufragar gli è dolce, in questo mare di squilibri.