In principio fu Andrew Carnegie con il suo Vangelo della Ricchezza. In questo scritto del 1889 si possono rintracciare le radici di quello che poi sarebbe diventato il capitalismo filantropico, la felice favola dei ricchi magnati che dedicano parte delle loro fortune alle più svariate cause umanitarie. Un mito illusorio che ha spesso permesso di giustificare i discutibili mezzi per fini giudicati nobili. Da Rockefeller a Bill Gates, non c’è grande corporation o istituzione finanziaria che non dedichi tempo e risorse per promuovere la propria fondazione filantropica e i propri meriti nella società civile. Le contraddizioni, tuttavia, abbondano. Basta prendere, ad esempio, il caso di JP Morgan, leader nei servizi finanziari a livello globale, che la settimana scorsa ha consegnato la tradizionale lettera sulla performance economica dell’anno trascorso ai suoi azionisti. Firmatario il Chief Executive Officer Jamie Dimon, tra i manager americani di maggior successo dell’ultimo decennio.

Dopo aver esordito definendo “snervanti” le controversie giudiziarie legate allo scandalo sui derivati della “Balena di Londra” (per cui JP Morgan ha dovuto la cifra “monstre” di 13 miliardi di dollari di multa), Dimon si lancia in un’appassionata difesa del ruolo delle banche -e della sua in particolare- che anche durante la crisi non hanno cessato di accumulare capitali per aziende, no-profit, ospedali, stati, enti locali ed università. Quindi, a sentire Dimon (che pure ammette che qualche errore può essere stato commesso cammin facendo), il “credit crunch” non sarebbe mai effettivamente avvenuto. Non solo, gli istituti finanziari sarebbero protagonisti indiscussi della grande marcia verso libertà e giustizia che la società moderna ha intrapreso negli ultimi cinquant’anni: merito di governi sempre più giusti e morali, della diffusione della conoscenza e di una maggiore sensibilità etica (una visione del mondo, si direbbe, discutibile). Immancabile, poi, la citazione d’autore di Martin Luther King: “L’arco dell’universo morale è lungo, ma piega verso la giustizia” (che sia stata percepita come ingiusta la multa da 13 miliardi?).

Dopo la dovuta esaltazione degli Stati Uniti d’America (“abbiamo le migliori università e i migliori ospedali”, ai quali la maggior parte della popolazione, però, non può neanche sognare di accedere), Dimon prosegue il panegirico snocciolando numeri per dimostrare l’impegno sociale della JP Morgan: 200 milioni di dollari (misero 1% del profitto del 2013, pari a 18 miliardi di dollari) e 540 mila ora di volontariato a favore di comunità locali in tutto il mondo per combattere la disuguaglianza economica (parola di chi ha un salario annuale da venti milioni di dollari). La banca è impegnata anche nella diffusione di conoscenze e competenze, sostenendo gli studi di giovani dalle scarse possibilità (“di cui 24 di colore”, ben sottolineato), e  -immancabilmente- nella battaglia ambientalista. “Stay tuned” conclude il CEO, invitando i lettori a “rimanere sintonizzati” per seguire le prossime politiche filantropiche della finanziaria.

Le parole di Dimon sono figlie di quella corrente di pensiero, nata col reaganismo negli anni ’80, che vede il sistema finanziario attuale come strumento privilegiato di democratizzazione e miglioramento della società. Infatti, come si legge sempre nella lettera, i governi non sarebbero in grado di risolvere da soli la sfida della povertà e della disuguaglianza. Ecco perché è necessario l’intervento di grandi “players”, quali le grandi banche d’affari, che siano in grado di attrarre capitale privato a beneficio della società (oltre che, ovviamente, degli azionisti). E pazienza se i mezzi ogni tanto generano “esternalità negative” (basta pensare, ad esempio, alle conseguenze nefaste per le popolazioni disagiate delle speculazioni sui prezzi delle derrate alimentari, che avvengono quotidianamente e in maniera perfettamente legale). Tutto è, così, concesso ai novelli Robin Hood che prendono dai ricchi (ma le conseguenze spesso ricadono sui poveri) a vantaggio dell’umanità. Dopo più di un secolo il verbo di Carnegie fa più proseliti che mai.